Autoefficacia e autosabotaggio accademico: un’introduzione

Capita spesso che uno studente creda di avere le capacità per superare un esame e che questa aspettativa influenzi per davvero l’atteggiamento nei confronti dello studio e la successiva performance 

Può però anche accadere che lo stesso studente, per paura di fallire e per timore che questo fallimento possa avere una qualche ripercussione sulla propria autostima, decida di attuare alcune strategie di autosabotaggio, ad esempio affermando di essere stressato o impegnandosi in misura minore, in modo da avere una scusa nel caso dell’effettivo e più probabile fallimento.  

L’autoefficacia e l’autosabotaggio sono particolarmente legati all’ambito universitario dal momento che influenzano la percezione di se stessi e delle proprie capacità di avere successo negli esami, da un punto di vista sia cognitivo (credendo di aver successo/insuccesso), che comportamentale (con le azioni che l’individuo mette in atto per risultare effettivamente efficace o per autosabotarsi).  

Sono dunque numerosi i modi in cui gli studenti attuano i meccanismi di autoefficacia e di autosabotaggio, specialmente in periodo di sessione.  

Prima di entrare nel merito di come questi due meccanismi operino nel contesto universitario, è opportuno specificare cosa si intende con autoefficacia e autosabotaggio. 

Autoefficacia 

L’autoefficacia è la percezione soggettiva di avere il controllo, di saper gestire e di poter fronteggiare una situazione con successo, prima ancora della sua esecuzione. Un elemento fondamentale di questo concetto è l’agency dell’individuo, ovvero la facoltà di far accadere le cose, di intervenire sulla realtà e di esercitare un potere su di essa. Un ulteriore aspetto importante dell’autoefficacia è il suo impatto nell’aumentare la motivazionela persistenza, l’intenzionalità e la pianificazione a lungo termine. 

Albert Bandura (1977) fu colui che teorizzò il costrutto di autoefficacia e affermò che questa fosse dotata di tre caratteristiche:  

  • generalità = l’estendibilità delle credenze di autoefficacia a situazioni diverse (“sono andato bene nell’esame passato e quindi credo di poter andare bene anche in quello che sto per fare”); 
  • forza = la fiducia nelle proprie capacità (“sono convinto di poter essere in grado di avere successo nel prossimo esame”); 
  • livello = la quantità di controllo che l’individuo ritiene di avere sulla situazione (“penso che quando dovrò svolgere l’esame sarò in grado di mantenere il controllo su me stesso e sulla situazione”) 

Autosabotaggio 

L’autosabotaggio viene definito come il cercare o creare situazioni che interferiscano con le proprie prestazioni (come l’uso di alcool e droghe o l’eccessivo carico di impegni stressanti prima di un esame), in modo da trovare una spiegazione per il possibile fallimento che sia al di fuori delle proprie abilità individuali (Arkin & Baumgardner, 1985).  

Facendo così, l’autosabotatore ottiene importanti benefici che gli consentono di scartare il ruolo delle proprie abilità in caso di fallimento, che è invece attribuito all’handicap: l’autosabotaggio è quindi uno dei molti meccanismi di protezione del sé, che servono per mantenere una propria valutazione positiva.  

Ci sono differenze individuali stabili nella propensione a impegnarsi in condotte di autosabotaggio, al punto che solo gli individui con alti tratti di autosabotaggio tendono a impegnarsi stabilmente in questo comportamento.  

L’autosabotaggio è un fenomeno complesso che può dare inizio a un circolo vizioso: se l’individuo decide inizialmente di attuare queste strategie per mantenere un’autostima elevata e un’immagine di sé positiva, la loro ripetizione impedisce l’emergere di capacità esistenti, cosa che potrebbe condurre a un concetto di sé ancora più negativo, a un’inferiore percezione della propria efficacia e a un utilizzo di queste strategie in tutte le situazioni che potrebbero mettere in luce una propria mancanza di abilità. 

Se dunque lo scopo principale dell’autosabotaggio è quello di proteggere l’immagine di sé, l’uso persistente e indiscriminato di queste condotte e strategie di pensiero può portare a una situazione più grave sia per quanto riguarda l’apprendimento sia per il proprio benessere psicologico, può condurre cioè all’impotenza appresa, ovvero quella credenza di non essere in grado di controllare o cambiare una situazione difficile, al punto da non provarci più nemmeno. 

Ma attenzione! L’impotenza appresa, una volta controllata, può anche essere disappresa.  

Ci sono molti modi per tornare a coltivare la propria autoefficacia, per gestire il proprio autosabotaggio e per migliorare il proprio benessere psicologico.  

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Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. New York: Freeman.
Arkin, R. M., & Baumgardner, A. H. (1985). Self-handicapping. In J. H. Harvey, Attribution: basic issues and applications (p. 19-202). Orlando, FL: Gifford Weary.

Michelangelo Cormio
Michelangelo Cormio

Dr. Magistrale in Psicologia per il Benessere: Empowerment, Riabilitazione e Tecnologia Positiva

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