Benessere e scrittura: il metodo Pennebaker

Le parole sono forse la cosa che maggiormente contraddistingue l’esistenza dell’essere umano. Tramite di esse possiamo influenzare il mondo che ci circonda, le persone che ne fanno parte e gli eventi che si susseguono sul palcoscenico della nostra esistenza.

Ma le parole, prese isolatamente, hanno poco valore. Occorre infatti organizzarle all’interno di un discorso per far si che acquisiscano un senso coerente e, di conseguenza, riescano ad esprimere un effetto trasformativo sulla realtà.

Questo effetto non avviene solo sul mondo esterno, ma anche (e forse soprattutto) sul mondo interno o mentale di ciascuna persona. Esprimere i propri pensieri, articolandoli e descrivendoli in modo coerente consente di metterli in ordine evidenziando i rapporti di tempo e di causa-effetto che li collegano a vicenda.

In quest’ottica, in Psicologia è ben noto fin dalle origini della disciplina che la narrazione personale, dei propri pensieri e dei propri eventi di vita, possa portare notevoli effetti positivi sul Benessere delle persone. Questi effetti vanno dall’ordine sul proprio mondo mentale, a una buona autoconsapevolezza autobiografica fino al più complesso concetto di catarsi (dal greco “purificazione”), ovvero la liberazione di gravi conflitti presenti nella psiche di una persona tramite la rievocazione e conciliazione a livello consapevole di eventi passati sia sul piano affettivo che sul piano razionale.

L’atto del narrare consente infatti di esplicitare i nessi tra gli eventi di vita, ridefinendoli e reinterpretandoli in modo da giungere ad una consistente modifica del proprio atteggiamento nei confronti del passato e rilanciando positivamente la progettualità̀ futura (Boerchi, 2011).

Ciò avviene perché ogni qual volta che narriamo qualcosa attiviamo una specifica modalità di pensiero, denominata infatti “pensiero narrativo”, che si costituisce di due dimensioni fondamentali: una dimensione episodica per il quale i fatti si susseguono e sono regolati da precisi rapporti spazio-temporali e di causa-effetto e una dimensione interpretativa, che impone un punto di vista specifico sulla realtà che viene narrata.

Potrebbe risultare sorprendente, ma non sempre è necessaria la presenza di un’altra persona, di un interlocutore a cui auto-narrarsi per esperire gli effetti positivi descritti in precedenza.

Già dalla seconda metà degli anni’80 questo concetto era ben chiaro a uno psicologo statunitense di nome James W. Pennebaker.

Pennebaker, all’epoca docente dell’università del Texas, aveva teorizzato che il semplice atto di auto-narrarsi in forma scritta potesse condurre a effetti benefici per le persone anche senza la necessità di condividere quanto scritto con qualcun altro.

Alla base di questa teoria vi è il concetto di disclosure, che possiamo italianizzare con il termine auto-svelamento, secondo il quale il semplice atto di esprimere e narrare eventi del passato aiuti a liberare emozioni e consapevolezze ad essi collegate. Ciò risulta particolarmente vero per quanto riguarda i ricordi traumatici o, comunque, negativi.

In tal modo sarebbe infatti possibile evitare gli effetti negativi che derivano dal custodire all’interno della propria mente un segreto o dal non elaborare vicissitudini dolorose del passato. Pur senza giungere alle conseguenze disfunzionali di un disturbo post traumatico, il fatto di non esprimere vissuti traumatici può costare enorme fatica sia a livello psicologico che a livello fisico.

Pennebaker e collaboratori svilupparono quindi un vero e proprio protocollo di intervento che sfruttasse la scrittura per favorire la disclusure in un contesto protetto per chi vi partecipi: l’“Expressive Writing Paradigm”.

Secondo questo protocollo è necessario scrivere per 15 minuti al giorno per quattro giorni consecutivi a proposito di eventi traumatici del proprio passato, lasciando trasparire i propri pensieri e le proprie emozioni più profonde ad essi collegati.

Dopo la scrittura ognuno può decidere liberamente cosa farne della propria opera. Se distruggerla, conservarla o condividerla è una scelta autonoma di chi scrive.

I risultati dei numerosi esperimenti nei quali Pennbaker ha messo in atto l’Expressive Writing Paradigm hanno inequivocabilmente mostrato gli effetti benefici di tale attività. Dopo un iniziale momento in cui si ha un incremento delle sensazioni di ansia e tristezza che si accompagnano transitoriamente alla rievocazione narrativa dei ricordi, è stato possibile osservare un miglioramento degli stati emotivi e del livello di salute mentale dei partecipanti.

Non solo, si osservarono anche miglioramenti delle funzioni cognitive di chi partecipava agli esperimenti. Molti studenti (“cavie” del professor Pennebaker) riportarono un miglioramento dei voti conseguiti e, addirittura, dello stato di salute fisica. I partecipanti infatti mostrarono una migliore qualità del sonno e delle funzionalità fisiologiche (in particolare del sistema immunitario e cardio-vascolare).

La narrazione messa in atto tramite questo paradigma si è quindi rivelato un importante dispositivo per promuovere il Benessere, psicologico e mentale, delle persone. Ciò avviene perché l’analisi razionale e affettiva di pensieri che si trovano sparsi senza meta nella mente consentirebbe infatti di migliorare considerevolmente la consapevolezza circa il proprio vissuto autobiografico.

Marco Fusar Poli
Marco Fusar Poli

Dr. in Psicologia per il Benessere

Articoli consigliati