“Chi lo dice sa di esserlo”. Ecco perché dovresti imparare a gestire un conflitto.

Lo abbiamo già accennato nell’introduzione alla psicologia sociale che l’individuo è un’unità inserita in un determinato contesto e che cosa significhi essere in perpetua interazione con le altre unità che a loro volta sono inserite in specifici contesti.

Questo l’ingrediente principale -e #spicy- per avere un perfetto conflitto. A che pro?

Si litiga con mamma e papà a tutte le età: quando da piccoli ci vengono detti i primi NO!; nell’adolescenza quando ci vengono imposti limiti apparentemente ingiusti “torna a casa entro mezzanotte” “no, non ci puoi andare a quella festa” “prima di uscire finisci i compiti”.

Poi si cresce e a mamma e papà si aggiungono anche i propri pari e quindi: “odio lavorare in gruppo, piuttosto faccio tutto da sol*” “ti vedo più come un amico…” “ieri sono andate a cena fuori senza dirmi nulla, ma poi ho visto le stories ed è ovvio che ho scoperto tutto, voglio dire…”; poi si cresce ancora, ancora e ancora e iniziano degli scontri più radicali “pro vita o pro aborto? Nessuno? Entrambi?” “a favore dell’eutanasia? Si? No? Forse? Non so cosa sia”.

Gli scontri succedono da sempre, sia nel tempo più lontano che in quello più recente e specifico del singolo individuo, da quando nasce a quando muore, che sia una volta nella vita che più volte in una stessa giornata. Da temi futili a quelli più importanti.

Ma forse tra tutte le forme più celebri di conflitto, ne esiste una più comune ma allo stesso tempo meno considerata: quella che riguarda il conflitto interno con sé stessi.

Abbiamo aperto un vaso di Pandora? Se la risposta è si, allora è il caso di mettersi un po’ più in discussione. Se invece non è stato detto nulla di nuovo, siete sulla buona strada per essere delle persone migliori!

Vediamoci chiaro.

L’esperienza del litigio fa acqua da tutte le parti: è frustrante, stressante, limitante, controproducente, rende vulnerabili, legittima inspiegabilmente le persone a essere cattive le une con le altre, fa riemergere rancori e questioni lasciate in sospeso, colpisce l’ego e mina l’autostima.

A che pro?

Facciamo un passo indietro. Indipendente dagli attori coinvolti, un conflitto nasce dall’opposizione di due principali posizioni che tra loro non concordano.

Questo può avere innumerevoli motivi: le aspettative si sono scontrate con la realtà dei fatti, l’impulsività ha prevalso sul ragionamento razionale, tendenzialmente sussistono tratti differenti del carattere, i punti di vista sul medesimo tema sono semplicemente diversi, soggiacciono degli interessi personali opposti dai quali una persona trae più vantaggio rispetto un’altra… innumerevoli.

Qualsiasi sia il motivo che porta due più o meno macro parti a scontrarsi prescinde le dinamiche dello svolgimento e dell’eventuale risoluzione del conflitto in corso.

Difatti esistono degli approcci più o meno universali con i quali ognuno può affrontare i propri “mostri” e tentare di ricavarne qualcosa di buono.

Attenzione: i vissuti emotivi e fisiologici attivati durante un litigio sono molto intensi e talvolta prescindono la volontarietà del singolo, pertanto è necessario allenare l’automatizzazione di questi passaggi al fine di renderli il più celeri possibili.

Vediamoli brevemente insieme:

  1. Ricordare sempre il focus del problema: no riesumazione di fatti precedenti o come pretesto per altre questioni;
  2. Eliminare la persona probabilmente non eliminerà il problema: interrogarsi sulla reale natura del problema;
  3. Rendere esplicita la presenza di un problema: non essere evitanti rispetto ciò che non ci fa stare bene;
  4. Evitare gesti e risposte impulsive: sebbene la situazione e i vissuti fisiologici non aiutino, imparare a rispondere e a ragionare in situazioni stressanti di questo tipo;
  5. Assumere un atteggiamento di ascolto e di rispetto: comprendere che si è in due (o più) e che ognuno sta provando i medesimi vissuti emotivi;
  6. Circoscrivere il conflitto: non generalizzare i contenuti, tuttavia è possibile che dal pretesto del conflitto si colleghino altre questioni, è il caso di affrontarle in modo funzionale;
  7. Critiche costruttive: il conflitto è legittimo, normale e al di là del motivo è sempre un’occasione di crescita personale e conoscenza di sé stessi, sia per noi che per l’altro;
  8. Evitare atteggiamenti compiacenti e accondiscendenti: evitare un conflitto rimanda solo la sua discussione, non lo risolve;
  9. Bidirezionalità: le cose si fanno in due, non si è da soli nell’accensione di un conflitto e nemmeno nella sua risoluzione, è necessario quindi mettersi nei panni dell’altro e comprendere i suoi motivi e preoccupazioni, l’altro dovrà fare lo stesso per comprendere noi;
  10. Concludere lo scontro in modo funzionale: cercare di concludere la parentesi del conflitto con un insegnamento di crescita personale per ognuno degli attori coinvolti, che sia un compromesso, una soluzione, o che rimanga irrisolto.

Questi 10 punti sono funzionali per un approccio più maturo e costruttivo rispetto l’affronto e la gestione di un conflitto, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto esso avvenga.

Soggiacciono alla base quattro pilastri principali importanti da tenere sempre a mente:

  1. Riconoscere l’esistenza di un conflitto;
  2. Normalizzare il conflitto;
  3. Accettare che il conflitto possa non risolversi;
  4. Non si è da soli nel conflitto;

Quanto appena detto dovrà essere tenuto presente ogni qual volta ci si troverà coinvolti in un conflitto, piccoli accorgimenti per trasformare un’esperienza estremamente stressante in motivo di crescita personale e miglioramento delle proprie relazioni inter e intra personali.

Curioso comunque come alcuni studi abbiamo confermato i benefici derivanti dall’esprimere imprecazioni ad alta voce durante situazioni particolarmente stressanti (R. Stephens e O. Robertson, 2020), quindi a Voi la conclusione ultima in merito a una gestione funzionale dei conflitti, ma magari è utile distinguere frustrazione momentanea ed estrinseca da quella più intensa e intrinseca?

Rachele Fiorini
Rachele Fiorini

Dottoressa Magistrale in Psicologia per il Benessere, Empowerment, Riabilitazione e Tecnologia Positiva.

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