L’autoefficacia e l’autosabotaggio tra gli studenti universitari

Nel precedente articolo abbiamo svolto un’introduzione dei costrutti di autoefficacia e di autosabotaggio e abbiamo osservato come la prima rifletta la percezione soggettiva di avere il controllo di una situazione prima ancora della sua esecuzione, mentre la seconda è legata alla ricerca di situazioni interferenti che possano diventare la spiegazione per un ipotetico fallimento.

Entrambi questi meccanismi giocano un ruolo estremamente importante nella vita universitaria (specialmente in sessione di esami), dal momento che influenzano i pensieri e i comportamenti legati a sé e agli esami.

Autoefficacia accademica

In ambito universitario, l’autoefficacia riflette quanto uno studente percepisce di avere il controllo, di essere competente e di poter aver successo in un esame.

Il fatto di percepirsi autoefficace ha inoltre un ruolo importante in quanto aumenta lo sforzo e la persistenzanell’affrontare le difficoltà legate allo studio.

Ciò che lega la performance accademica alle credenze di autoefficacia è soprattutto la motivazione, ovvero quella componente che spinge la persona a credere nelle proprie capacità e a organizzarsi nel migliore dei modi per raggiungere i propri obiettivi. 

Secondo Bandura (1986) il livello di autoefficacia percepito non è mai stabile, ma dipende dalla specificità della situazione e può aumentare se si agisce su una o più fonti, avendo così un impatto positivo sull’apprendimento e sulla performance:

  1. Esperienze di padronanza = Il precedente successo nel compito o in situazioni simili (“Sono già riuscito a prendere un buon voto, quindi ce la farò nuovamente”);
  • Apprendimento vicario = Avere esempi di altre persone che siano riuscite a superare il compito con successo (“I miei compagni che hanno fatto l’esame allo scorso appello, studiando così hanno preso un buon voto, quindi prenderò esempio da loro”); 
  • Persuasione verbale = La convinzione di poter riuscire con successo (“Ce la posso fare a passare l’esame!”); 
  • Gestione dell’arousal psicologico = Il controllo del proprio livello di stress collegato al compito (“Respira…non c’è bisogno che mi faccia prendere dall’ansia per l’esame”)

La percezione di autoefficacia può però anche diminuire se, in seguito a ripetuti fallimenti, si perde di fiducia nelle proprie possibilità di avere successo, se non si riceve alcun feedback positivo, se non si sa come superare il compito e se si tende ad aumentare il proprio livello di stress e di ansia a livello psicologico

Autosabotaggio accademico

Dato che l’autosabotaggio è un fenomeno in cui le persone tendono a crearsi ostacoli prima di una situazione nella quale le proprie abilità possono essere valutate, è un fenomeno particolarmente visibile in ambito universitario. 

Tali handicap hanno un duplice scopo

  1. Nel caso di una valutazione negativa, gli ostacoli che si erano precedentemente creati diventano una scusa o una spiegazione per il fallimento; 
  2. Nel caso di una valutazione positiva (solitamente meno probabile), gli ostacoli diventano invece delle difficoltà sorpassate.

L’autosabotaggio è comune tra gli studenti universitari e ne predice risultati inferiori, anche a lungo termine. Inoltre, l’uso cronico di queste strategie può portare a un concetto di sé più povero, a una maggiore probabilità di abuso di sostanze e a una diminuzione della motivazione intrinseca.

Distinguendo tra i fattori cognitivi e quelli comportamentali dell’autosabotaggio, tra i due risulta che siano i comportamenti (riempirsi di impegni la settimana prima di un esame, andare a ballare il giorno prima, …) ad essere un maggiore predittore dei voti rispetto ai pensieri (“non ce la farò mai”, “tanto questo esame non mi piace”, …).

Entrambi i fattori, tuttavia, hanno un impatto negativo sulla media dei voti, suggerendo che le parti affettive, cognitive e comportamentali dell’autosabotaggio insieme siano dannose per la performance negli esami.

Michelangelo Cormio
Michelangelo Cormio

Dr. in Psicologia per il Benessere

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