Adolescenza e quarantena: due concetti discordanti

Abbiamo più volte sentito ripetere come il periodo adolescenziale possa essere paragonato ad una seconda nascita, ad un momento completamente nuovo e diverso da reinventare. Durante il periodo adolescenziale siamo chiamati a riscoprirci e conoscerci da capo: il corpo, prima visto esclusivamente come involucro e contenitore, ora viene posto al centro di tutti i pensieri e gli argomenti della giornata. Corpo da abbellire con vestiti, tatuaggi, piercing, corpo come mezzo di comunicazione e corpo come controllo di un’età strana e improvvisa che piomba addosso senza preavviso. 

In mezzo a una tempesta di cambiamenti che irrompono violentemente i compagni e gli amici cominciano a diventare i confidenti prediletti, quelli a cui raccontiamo tutto, quelli di cui ci fidiamo e quelli con i quali ci chiudiamo in camera per confidarci e confrontarci; i genitori vengono ora chiusi fuori dalla porta e il mondo degli adulti, prima desiderato, viene ora rifiutato e allontanato. I genitori vengono adesso sentiti troppo distanti e diversi, i ragazzi faticano a condividere con loro i pensieri e gli avvenimenti della giornata, loro che appaiono tutt’un tratto poco comprensivi e poco inclusivi. I due mondi si incontrano distrattamente in corridoio la mattina e l’adolescente sgattaiola via in fretta, che sia dentro la sua camera o fuori dalla porta. 

Durante questa burrasca di scoperte, incontri, e diversità, due anni fa è arrivato il lockdown e ha chiesto a tutti, adolescenti compresi, di mettere in pausa le loro vite. Non starò qui a dilungarmi a spiegare che cosa comportasse quel periodo, perché lo ricordiamo tutti molto bene e lo ricorderemo per molto tempo, mi limito soltanto a dire che in quel periodo anche all’adolescenza è stato chiesto di trasformarsi, alle scoperte di contenersi e alla fisicità di fermarsi. 

I ragazzi hanno cominciato a vedere i coetanei da dietro uno schermo, non hanno potuto condividere con i compagni la noia di una lezione e neanche stringersi la mano sudata prima di un’interrogazione. Non gli è stato più permesso di fare tardi e usare la scusa della metro in ritardo, non hanno più potuto farsi sgridare perché vestiti o seduti in modo inappropriato; la mattina potevano tutti svegliarsi dieci minuti prima e sedersi in pigiama al computer, fare colazione con la telecamera spenta e non prendere appunti perché tanto nessuno se ne sarebbe accorto, e all’inizio tutto ciò non è stato solo scioccante, ma è stato anche incredibilmente comodo. 

Però a poco a poco, tutta questa strana comodità è diventata parte della quotidianità, di quella fondamentale quotidianità, e ha stravolto il normale modo di vivere di milioni di adolescenti che non hanno potuto scoprire, sperimentarsi e vivere questa strana età come tutti noi abbiamo fatto. Sono stati comodamente a casa, senza fare ritardo, dietro una scrivania, al sicuro e non hanno più saputo cosa significasse “vivere”. 

Mi sento di affermare che le parole “adolescenza” e “quarantena” siano insieme estremamente contraddittorie perché i correlati dell’adolescenza sono “scoperta, fisicità, relazione, corporeità, sperimentazione, istinto…” e quelli della quarantena sono, invece, “contenimento, regola, distanza, controllo, razionalità, pensiero…”. Come fanno due termini così antitetici a coesistere? Come si può chiedere a chi sta nascendo una seconda volta, a chi sta scoprendo le possibilità del suo corpo, la potenza delle relazioni, l’importanza degli amici, di fare cose fuori casa all’insaputa dei genitori, di tornare a chiudersi in casa con tutta la famiglia a pensare ai compiti e vedere gli amici solo dietro ad uno schermo?

I ragazzi sono stati anche molto bravi perché sono riusciti a fare molte videochiamate di gruppo, organizzare attività insieme a distanza, come giocare, suonare uno strumento, cucinare qualcosa o semplicemente chiacchierare…qualsiasi cosa pur di non perdersi, pur di non perdere quel legame così intenso che è stato bruscamente interrotto. 

Il problema è stato poi tornare alla normalità…cosa è significato per tutti dover reinventarsi un’altra volta? Dover passare dal virtuale al reale e tornare a mettersi in gioco anche con il corpo, corpo che era stato relegato dietro uno schermo, corpo che era stato quasi dimenticato e che ora torna prepotentemente sulla scena. 

Ci si rivede dopo tanto tempo, in modo diverso e ci si rivede diversi, ci si riscopre da capo e viene chiesto a tutti di tornare al punto in cui tutto era stato interrotto. 

Com’è andata allora? Quanto è stato bello, ma incredibilmente faticoso tornare al punto di partenza?

Francesca Colombo
Francesca Colombo

Psicologa, laureata in psicologia clinica presso l’Università Cattolica di Milano.
Attualmente ricopro il ruolo di educatrice presso il liceo statale Carlo Tenca di Milano.
Mi occupo dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) mediante il tutoraggio allo studio. di ragazzi.
Collaboro con la rivista “Singola” e ho scritto articoli psicologici inerenti all’ambito dei disturbi alimentari, social network e tratti di personalità.
A luglio del 2021 è uscito il mio primo libro: “Circostanze Obbligate Valorizzano I Desideri: Covid. Storia di una quarantena”

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