Insieme per un internet migliore

Oggi, Martedì 9 Febbraio 2021, si celebra la diciottesima edizione del “Safer Internet Day”.  

La campagna per la sicurezza on-line ha visto la sua prima edizione nel 2004 e ha affrontato negli anni diverse tematiche, dal cyberbullismo alle implicazioni della comunicazione mediata.  

Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Together for a better Internet” e vedrà lo svolgersi di numerose iniziative in giro per il mondo, finalizzate alla sensibilizzazione e alla mobilitazione di risorse verso un WWW più sicuro e inclusivo per tutti i suoi utenti. 

In quanto giovani psicologi dei nuovi anni Venti, non possiamo esimerci dal trattare il complesso tema della digitalità che sempre più permea le nostre vite, in parte semplificandole (basti pensare a come il web abbia consentito di accorciare le distanze sociali in questo periodo di distanziamento fisico) ma rischiando, tuttavia, di essere troppo accessibile a utenti dotati di insufficienti competenze tecniche e critiche per comprenderne la moltitudine di sfaccettature. 

Una tematica balzata sotto i riflettori negli ultimi anni è quella che riguarda il web tracking e le relative implicazioni sulla privacy delle persone. 

Il web tracking è una pratica tramite il quale i dati di chi naviga in rete vengono raccolti e accumulati dalle pagine web che vengono consultate tramite la lettura dei codici IP, le “carte di identità” dei nostri devices, e tramite i Cookies, dei frammenti di codice che vengono registrati sui dispositivi lasciando delle tracce della navigazione on line. Questi dati possono essere ceduti ad aziende che si occupano di profilare le caratteristiche e il comportamento on line degli utenti al fine di elaborare pubblicità e prodotti mirate a gruppi di utenti simili. 

Avviene così che i dati raccolti da tutte le App, dai social network e dalla navigazione online vengano incrociati per definire un profilo di ciascun utente. 

Ma quali sono le implicazioni di questa diffusa pratica sulla privacy e sulla vita di tutti i giorni? 

Iniziamo col dire che le persone non vengono profilate in quanto individui ma in quanto utenti. Ciò significa che non veniamo identificati da un “Grande Fratello” in stile orwelliano che sa tutto di noi e ci monitora, bensì in nostri dati sono incrociati per definire delle categorie di utenti potenzialmente interessati a determinati prodotti e servizi. 

Di conseguenza le persone vengono esposte a pubblicità di prodotti di cui saranno probabilmente interessati. A livello comportamentale questo può condurre ad un aumento degli acquisti da parte dei consumatori, sottoposti ad un continuo effetto di esposizione a prodotti che sembrano seguirli attraverso tutte le App e le pagine Web utilizzate quotidianamente. 

Questa continua esposizione aumenta esponenzialmente la salienza dei prodotti sponsorizzati, indirizzando il comportamento degli utenti verso di essi. Si tratta quindi di una massiccia e, talvolta, invasiva strategia di marketing. 

Comunque sia, gli utenti non hanno un ruolo passivo all’interno di questo processo ma possono attivamente decidere di fornire o meno le informazioni personali. Il consenso avviene tramite l’accettazione delle lunghissime condizioni d’uso che vengono richieste ogni volta che viene installata un’applicazione o un aggiornamento mentre, per quanto riguarda le pagine web, tramite l’accettazione dei cookie. 

Fino a non molto tempo fa l’accettazione del trattamento dei dati veniva fornita quasi implicitamente da parte degli utenti del web dal momento che le pagine sfruttavano un fenomeno ben noto a chi si occupa di psicologia del marketing e dei consumatori: la tendenza all’inerzia 

In poche parole, agli utenti veniva richiesto il consenso tramite finestre di dialogo nelle quali l’opzione “accetta” era selezionata di default mentre il rifiuto era da esprimere attivamente. La ricerca indica come le persone tendano a mantenere le opzioni di default mentre solo una minoranza di esse impiega energie cognitive per esprimere attivamente una scelta diversa. 

Con le nuove leggi sulla privacy e sul trattamento dei dati questa pratica è stata abolita, obbligando le pagine web a richiedere attivamente il consenso ai cookie ed eliminando l’accettazione di default.  

Conoscere il funzionamento di queste pratiche consente non solo una gestione maggiormente critica e attiva della nostra privacy, ma anche l’interpretazione di alcune dinamiche proprie del mondo digitale nel quale siamo ormai sempre più immersi. 

L’esempio più importante in tal senso è quello rappresentato dall’app “Immuni”, rilasciata durante la scorsa primavera con l’obiettivo di tenere traccia della diffusione del Covid-19 senza condurre però ai risultati sperati a causa del basso numero di download. 

La mancanza di fiducia da parte della popolazione italiana nei confronti di questa app è probabilmente dovuta a una poca consapevolezza riguardo alla gestione della privacy online, dato veniva richiesto di condividere la propria geolocalizzazione. Le istituzioni non sono riuscite a sensibilizzare sul fatto che questa app non registrasse dati personali a fini commerciali e che quindi, a livello di protezione della privacy, fosse molto meno “invasiva” di molte app che usiamo tutti i giorni. 

Questo esempio non può che far riflettere sulla necessità di un’educazione digitale che si proponga di fornire alle persone di ogni fascia d’età gli strumenti per un uso critico e sicuro del web, al fine di costruire un internet migliore per tutti i suoi utenti. 

Marco Fusar Poli
Marco Fusar Poli

Dr. Magistrale in Psicologia per il Benessere: Empowerment, Riabilitazione e Tecnologia Positiva

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