Leggere news che aumentano la nostra incertezza alza i nostri livelli di stress

Ovvero l’insostenibile mancanza di attenzione al benessere del pubblico nelle comunicazioni del COVID-19

La dottoressa Allison McGeere, Direttore del dipartimento di controllo infezioni del Mount Sinai Hospital di Vancouver durante l’epidemia di SARS, disse che «Tre cose nella vita sono certe: la morte, le tasse e le pandemie influenzali». Altre pandemie hanno colpito il mondo nei secoli precedenti, per esempio la peste, tornata a più riprese, o l’influenza spagnola nel Novecento. E infatti un anno fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava il nuovo coronavirus, il COVID-19, una pandemia mondiale. La particolarità che ha coinvolto la pandemia di COVID-19 è che, per la prima volta, è avvenuta in una società iperconnessa sia a livello fisico, con grandi possibilità di spostamenti anche intercontinentali, sia a livello sociale, grazie alla diffusione sempre maggiore dell’uso di internet e dei social network. Questo ha permesso la diffusione di un altro fenomeno: l’informazione flash, per restare sempre aggiornati. Da qui nasce però anche una problematica: leggere news che aumentano l’incertezza che percepiamo può avere dei seri effetti sulla nostra salute mentale.

In caso di pandemia, nel 2005 lo stesso OMS ha stilato delle linee guida per una comunicazione corretta del rischio, con l’obiettivo di far capire la pericolosità di ciò che si stava affrontando senza però creare il panico nel pubblico e aumentare contemporaneamente l’engagement della popolazione verso le misure di prevenzione. Le linee guida, aggiornate successivamente nel 2017 dopo l’epidemia di Ebola del 2014/2015, danno delle indicazioni molto semplici ma al contempo molto importanti:

  • Ispirare fiducia nelle proprie comunicazioni e nelle istituzioni. Senza fiducia nelle fonti di informazione è più difficile che le persone vengano coinvolte nelle comunicazioni rendendole meno efficaci. Allo stesso tempo, poca fiducia nelle istituzioni significa poca fiducia in chi gestisce una pandemia. E meno le persone si fidano di coloro che dovrebbero proteggerle, più il pubblico avrà paura e sarà meno probabile che conformerà le proprie scelte e comportamenti alle istruzioni per la gestione della pandemia;
  • Essere trasparenti nelle comunicazioni. Comunicare in maniera trasparente rischi e incertezze può sembrare controproducente, ma allo stesso tempo aiuta a costruire fiducia verso chi si occupa della pandemia. Certo, una comunicazione di questo genere fa esporre delle debolezze, ma dimostra anche consapevolezza della situazione e una continua ricerca di strategie per ridurre queste debolezze. Contemporaneamente, un pubblico correttamente informato tramite una comunicazione chiara, fruibile per tutti e trasparente è meno propenso ad andare nel panico rispetto ad un pubblico abbandonato all’incertezza di comunicazioni poco chiare e poco trasparenti (che potrebbero anche alimentare eventuali teorie del complotto);
  • Curare il tempismo delle proprie comunicazioni. In un mondo iperconnesso nel quale vince il primo che riporta la notizia, durante una pandemia diventa ancora più importante la velocità di comunicazione. I media ufficiali governativi, dunque, dovrebbero essere i primi a fornire una notizia, per fare in modo che non si crei incertezza nella popolazione dando il prima possibile le informazioni confermate sul tema, senza dimenticare di essere chiari, trasparenti e scrivendo in maniera fruibile;
  • Capire con precisione il pubblico al quale si sta comunicando per poter calibrare meglio lo stile comunicativo del messaggio. Se non si conosce il pubblico al quale si deve comunicare diventa molto difficile colmare il gap comunicativo che si crea tra le comunicazioni scientifiche degli esperti e l’effettiva capacità di comprensione di temi specifici e complessi da parte delle persone. In tempi di crisi, il lavoro principale di chi deve comunicare un rischio è il capire le convinzioni, le opinioni e le conoscenze del pubblico sui rischi specifici;
  • Pianificare in anticipo la gestione delle comunicazioni in caso di rischio. Quindi, sostanzialmente, avere un piano comunicativo per una pandemia scritto prima che una pandemia abbia un effettivo inizio, per poterlo poi applicare contestualmente a più comunità di persone.

Per fortuna che nel 2020 esistono non solo i media governativi, ma anche quelli privati che potranno aiutarci a superare questo momento tenendoci informati diversificando la narrazione!

La Stampa, 23 febbraio 2020. “Milano, l’effetto coronavirus svuota i supermercati e riempie i carrelli”. Una foto per nulla sensazionalista e che non potrebbe mai creare panico
La Stampa, 23 febbraio 2020. “Milano, l’effetto coronavirus svuota i supermercati e riempie i carrelli”. Una foto per nulla sensazionalista e che non potrebbe mai creare panico

Peccato che i media privati potrebbero avere degli obiettivi comunicativi diversi dai media governativi. Anche in uno stato di pandemia, infatti, può succedere che i media privati decidano di orientare la scrittura dei loro articoli al click, alla visibilità, al guadagno, offrendo titoli fuorvianti e informazioni non verificate. Informazioni che poi, grazie ai social media, possono rimbalzare da un utente all’altro, trovare risonanza in gruppi e community, stimolare conversazioni e reazioni tra diverse persone.


Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2020. “Coronavirus, supermercati presi d’assalto a Milano e nell’hinterland: le immagini degli scaffali vuoti e le file di carrelli”. Un altro articolo che non ha motivo di far pensare al pubblico che, mentre sta leggendo, le scorte del proprio supermercato di fiducia stanno finendo

Proprio per arginare queste dinamiche da social, un esempio di corretta strategia di comunicazione istituzionale si può trovare negli attentati di Vienna del 2 novembre 2020, quando la polizia austriaca tramite i suoi account social ha prontamente pubblicato un aggiornamento con tutte le notizie che potevano essere confermate, limitando il flusso di notizie false o non confermate che si stava iniziando a diffondere.


Tweet della polizia di Vienna a meno di 24 ore dagli attentati

Ma perché è così importante curare la comunicazione?

Anche se probabilmente non ve ne rendete conto (non preoccupatevi, è normale), studi condotti in Italia durante la Fase 2 e la Fase 3 della pandemia hanno mostrato come il semplice guardare un telegiornale portasse ad un’attivazione fisiologica da stress. Questa attivazione potrebbe poi restare inconsapevole e portare ad un accumulo di stress senza riuscire a ricondurlo a qualche causa.

“Io non m’informo alla TV, vivo meglio così, e poi nessuno vive meglio se guarda il TG” (Massimo Pericolo)

Ma allora cos’è che ci stressa così tanto?

L’incertezza che si crea da una comunicazione orientata al profitto e non alla reale informazione delle persone. Importanti testate giornalistiche o telegiornali che danno risalto a chi, in disaccordo con la comunità scientifica, a giugno affermava che il virus fosse clinicamente morto, possono portare ad un’incertezza maggiore. A quel punto a chi bisogna credere? Alla comunità scientifica? Alle fonti di informazione private? Al Governo?

Pensate, da un anno a questa parte, a quante notizie non avete saputo in che modo reagire, perché sembravano dire il contrario di quello che avevate sentito poco prima. E questo può innescare un circolo vizioso: secondo la teoria della riduzione dell’incertezza, le persone che provano incertezza hanno la tendenza a cercare più informazioni per ridurla. Cercando informazioni, però, si trova ancora più incertezza. E se c’è incertezza, magari voglio provare a risolverla parlando con qualcuno. Rispondo a una storia, commento un post in qualche gruppo, scrivo direttamente a qualche amico. E magari commentiamo insieme qualche notizia non verificata o non certa che abbiamo letto da qualche parte.

Il 2 febbraio 2020 l’OMS, in un report sulla situazione inerente a quella che sarebbe poi diventata la pandemia da coronavirus, ha riportato una “infodemia”, pandemia di informazioni, alcune veritiere e altre no, che rende difficile per le persone capire quali fonti siano realmente affidabili. La diffusione di rumors e di notizie non confermate ha a questo punto un altro effetto oltre ad un aumento dell’incertezza percepita: può provocare nel pubblico una mancanza di fiducia nelle fonti dalle quali si attingono informazioni. E se manca fiducia nelle fonti di informazione come possiamo essere sicuri di quello che leggiamo? L’incertezza può solamente aumentare. In Cina, una ricerca del 2020 ha evidenziato come più le persone acquisivano informazioni sul Covid (tramite media privati), più aumentava l’incertezza percepita. Allo stesso tempo, più erano le fonti da cui si attingevano le informazioni, più era il panico sperimentato dalle persone.

Un po’ di dati per gli appassionati di statistica:

  • negli Stati Uniti, nella settimana tra il 16 e il 22 marzo 2020 il rating dei quattro principali network broadcast è aumentato del 19% rispetto alla stessa settimana del 2019. Per i canali via cavo, invece, il rating è aumentato del 73%. Nella settimana compresa tra il 17 e il 23 febbraio 2020, il numero di visitatori settimanali dei siti internet di news è incrementato del 68% rispetto alla stessa settimana dell’anno precendente.
  • Prendendo in considerazione tutti i quotidiani mondiali scritti in lingua inglese, la parola “Ebola” è comparsa 682 volte nei titoli e 1.778 volte all’interno degli articoli in un periodo compreso tra l’1 e il 31 agosto 2018. La parola “coronavirus”, invece, è comparsa 18.800 volte nei titoli e 42.358 volte all’interno degli articoli tra l’1 e il 31 gennaio 2020.
  • In una ricerca tedesca del 2020 si è notato come il 49.9% dei partecipanti si informasse sul Covid tramite i social network
  • In una ricerca su scala globale svoltasi dal 16 al 20 marzo 2020, il 67% delle persone ha dichiarato di aver iniziato a seguire maggiormente i siti di news per avere notizie sul covid, il 45% di aver iniziato a guardare di più la televisione, il 14% di aver iniziato a leggere di più i giornali
  • 4 mesi dopo gli eventi dell’11 settembre, il 61,8% di un campione di studenti londinesi (quindi non direttamente esposti agli attacchi, ma esposti solamente ai media) riportava sintomi da disturbo da stress post traumatico in relazione agli attacchi al World Trade Center
  • Da una ricerca del 2009 svolta sulla popolazione dell’Unione Europea sulla preoccupazione per il virus A H5N1 (influenza aviaria), è emerso che ogni ora in più di esposizione ai media a tema influenza aviaria era associato ad un aumento del 12,2% della percentuale di persone preoccupate per l’aviaria; inoltre, il guardare la televisione ha previsto il 31% della varianza nella percentuale di persone che esprimono ansia
  • Un sondaggio nazionale statunitense del 2014 ha rilevato come il 64% della popolazione temesse un grave focolaio di Ebola negli Stati Uniti entro un anno; il 45% ha riferito una forte preoccupazione per un contagio di un membro della propria famiglia. Negli Stati Uniti tra il 2014 e il 2015 sono stati accertati in totale 4 casi di Ebola

Ma quindi, alla fine, che cosa ci rimane da questa esperienza?

Sicuramente un buon accumulo di stress. Ma per quello non vi preoccupate, ci pensiamo noi. Per il futuro, invece, il consiglio è di evitare i sensazionalismi e di affidarvi solo alle comunicazioni di chi gestisce la pandemia, tralasciando le speculazioni. Certo, sarebbe anche necessario che le reti commerciali standardizzassero le comunicazioni per aumentare l’engagement delle persone verso le misure di prevenzione piuttosto che creare incertezza, ansia, stress e panico nelle persone. Ma se ancora una volta le reti dovessero mettere il profitto davanti alla vostra salute, spegnete la televisione o non leggete quel post.

Nicola Cavagnetto
Nicola Cavagnetto

Dottore Magistrale in Psicologia per il Benessere, mi occupo di comunicazione, sport e attualità. Social Media Manager di BeNexThere.

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