La sindrome di Savant tra realtà e cinema: Kim Peek e Rain Man

In questo articolo verrà trattato il rapporto tra rappresentazione cinematografica e sindrome di Savant, una particolare condizione clinica troppo spesso ed erroneamente sovrapposta al disturbo dello spettro autistico. Con l’obiettivo di far chiarezza rispetto a questa tematica, l’articolo sarà suddiviso in tre paragrafi in cui verrà messa in luce la sindrome di Savant e il rapporto tra essa e l’autismo; seguirà una breve trattazione su Kim Peek, uno dei più noti casi di savantismo dalla cui vita cui è stata presa ispirazione la sceneggiatura del film Rain Man; infine verrà presentato un approfondimento critico su questo film e sul modo di rappresentare l’autismo associato alla sindrome di Savant in svariate narrazioni cinematografiche e televisive.

La sindrome savant

La sindrome di Savant è una condizione rara ma straordinaria, che riguarda persone con gravi disabilità intellettive, compresi i disturbi dello spettro autistico, le quali possiedono alcune “isole di genio” che spiccano in contrasto netto e stridente con la loro disabilità generale.” (Donald Treffert).

La prima descrizione di un caso di sindrome di Savant è apparso su una rivista di divulgazione scientifica nel 1783 e riguardava un uomo in grado di eseguire calcoli a velocità notevole e dotato di una memoria eccezionale. La prima descrizione specifica di questa sindrome risale invece al 1887, quando il dottor J. Langdon Down presentò 10 casi di persone con speciali facoltà intellettive definendoli “idiot Savant” (il termine idiota veniva usato per indicare le persone con un QI inferiore a 25, mentre Il termine “savant” deriva dal francese “savoir” , ovvero conoscere, sapere). Nel corso del ventesimo secolo vennero portati alla luce molteplici casi di Savant da diversi studiosi tra cui Tredgold, Hill, Rimland e Donald Treffert. Proprio quest’ultimo, per ragioni di accuratezza e rispetto della dignità, suggerì di modificare la definizione “idiot Savant” in “Sindrome di Savant”, ancora oggi in uso. Essa è da preferire anche al termine “autismo Savant” poiché solo il 50% delle persone con questa sindrome presenta disturbi dello spettro autistico; l’altra metà è costituita da persone con lesioni o patologie del sistema nervoso centrale, ritardo mentale e altre diverse disabilità intellettive. Treffert sostiene che solitamente le abilità savant si riflettono all’interno di uno spettro limitato di capacità speciali che coinvolge cinque categorie generali: musica (nell’esecuzione con orecchio assoluto), arte (disegno, pittura o scultura), calcolo di date, abilità meccaniche o spaziali (misurare distanze con precisione senza utilizzare alcuno strumento, costruire strutture con accuratezza notevole, realizzare mappe e orientarsi). Tra le abilità riscontrate con minore frequenza sono presenti: l’apprendimento delle lingue (poliglossia), capacità di discriminazione sensoriale tramite olfatto, tatto, vista, compresa la sinestesia e la percezione perfetta dello scorrere del tempo senza uso di orologi. In generale in una persona con sindrome di Savant è presente una singola abilità eccezionale, ma in alcuni casi sono compresenti diverse abilità. Per quanto riguarda le capacità mnemoniche straordinarie, esse sono trasversali a tutti i Savant e vengono considerate parte integrante e condivisa della sindrome stessa. La memoria savant è tipicamente molto profonda, ma estremamente ristretta, limitata entro confini dell’abilità speciale a cui si accompagna. Generalmente la sindrome savant emerge durante l’infanzia, spesso accompagnata da qualche disabilità evolutiva presente dalla nascita, ma possono manifestarsi abilità savant “acquisite”, prima inesistenti, in soggetti che hanno subito lesioni o patologie cerebrali, ad esempio con demenza fronto-temporale, sia durante l’ infanzia che nella vita adulta. Vi sono diverse teorie che cercano di spiegare le abilità eccezionali di questa sindrome, in particolare all’ interno dei disturbi dello spettro autistico. Tra le più importanti vi sono la teoria dell’ ipersistematizzazione, la teoria della scarsa coerenza centrale e la teoria del disfunzionamento esecutivo; dal punto di vista neuropsicologico ricerche recenti hanno dimostrato un ruolo fondamentale del lobo temporale sinistro. Diversi studiosi, tra cui Snyder, Miller e Treffert, sostengono che la sindrome di Savant è spesso associata a una qualche forma di disfunzionamento dell’ emisfero sinistro e di compensazione da parte di quello destro: ne deriva una pronunciata inclinazione verso le abilità non simboliche e letterali oltre che quelle artistiche e musicali. In relazione al rapporto con l’ autismo, è stato

dimostrato che il profilo cognitivo, percettivo e comportamentale negli adulti autistici con sindrome di Savant è distinto da quello di autistici non Savant. Un’ amplificata sensibilità sensoriale, comportamenti ossessivi, abilità tecniche e spaziali e la sistematizzazione sono tutti aspetti fondamentali nel definire un profilo savant distinto da uno solamente autistico, accompagnati da un diverso approccio ai compiti di apprendimento. Sono presenti ancora molti misteri scientifici riguardo a questa sindrome a cui non si riesce a trovare una spiegazione, ma due sono particolarmente interessanti: il primo consiste nella regolarità sorprendente con cui si verifica la triade disabilità intellettiva (spesso derivante dall’ autismo), deficit visivo e genio musicale; il secondo riguarda il perché il calcolo di date, un’ abilità oscura nei soggetti neurotipici, è universalmente presente nei Savant . Al giorno d’oggi i maggiori studiosi ed esperti di questa sindrome concordano sul fatto che l’ approccio migliore al Savant e alle sue abilità speciali sia quello di educare il talento, incoraggiandolo e utilizzandolo per migliorare la socializzazione, il linguaggio e l’ autonomia. Le abilità speciali possono essere viste come un mezzo per incrementare l’ attenzione e partecipazione del Savant e come forma di espressione, con l’ obiettivo di incanalarle in modo maggiormente funzionale nella vita di tutti i giorni.

Kim Peek

“Recognizing and respecting differences in others, and treating everyone like you want them to treat you, will help make our world a better place for everyone. Care… be your best. You don’t have to be handicapped to be different. Everyone is different!” Kim Peek

Kim Peek è nato l’ 11 novembre 1951. Anche se i suoi genitori, Fran e Jeanne Peek, non hanno notato niente di insolito durante la gravidanza, era piuttosto evidente alla nascita che Kim era un po’ diverso: la sua testa era circa il 30% più grande del normale tanto che il suo collo non riusciva a sostenere il suo peso. Con il passare del tempo, Kim non ha mostrato le fasi abituali dello sviluppo (i suoi occhi si muovevano indipendentemente l’uno dall’altro, non giocava e non rispondeva a stimoli generalmente salienti per altri bambini). All’età di nove anni mesi, Kim è stato definito mentalmente ritardato e ai genitori venne consigliato di collocare Kim in un istituto per liberarli dal peso di rivolgere al figlio un’ enorme quantità di cure e attenzioni. Ignorando i consigli dei medici riguardo l’ istituzionalizzazione, Fran e Jeanne hanno portato a casa Kim dedicandogli uno straordinario affetto e amore oltre che incessanti attenzioni. In quel periodo Kim passava la maggior parte del suo tempo sdraiato e per muoversi era costretto a strisciare trascinandosi la testa dato che non riusciva ancora a sostenerne il peso. All’età di tre anni si verificò un incidente un giorno Kim chiese a suo padre cosa significasse la parola “confidenziale” . Fran, scherzando, rispose a suo figlio di cercarlo nel dizionario. Kim fece esattamente quello che gli era stato suggerito: localizzò e lesse la definizione della parola al padre incredulo. I suoi genitori scoprirono che si ricordava qualsiasi informazione che aveva letto e che era in grado di ripeterla testualmente semplicemente quando essi menzionavano il numero di pagina del libro. All’ età di sei anni, Kim aveva letto e memorizzato, insieme a decine di libri, l’ intero set di enciclopedie nella casa di famiglia. La carriera scolastica di Kim tuttavia finì ancor prima di iniziare: il primo giorno di scuola dovette lasciare la sua classe dopo soli sette minuti perché fu considerato troppo dirompente e iperattivo. Dopo il rifiuto da parte dei genitori di sottoporre Kim a una lobotomia, decisero di istruirlo a casa. Nonostante il suo bagaglio nozionistico si stava espandendo ad un ritmo incredibile, altri settori della sua vita risultavano estremamente critici come la dimensione sociale e quella legata all’autonomia (non riusciva a vestirsi e lavarsi da solo). Una delle attività preferite di Kim era trascorrere il suo tempo nella biblioteca locale dove leggeva dagli otto o nove libri e quando veniva messo alla prova su quello che aveva letto ne ricordava il 98%. Kim era inoltre in grado di memorizzare tutti i prefissi di zona e i codici postali degli Stati Uniti. Tuttavia, come fece notare Fran, aveva serie difficoltà nel pensiero concettuale, nella comprensione di proverbi e metafore e nella risoluzione di problemi matematici. Kim mostrò sempre un interesse per la musica classica; riusciva a ricordare ogni pezzo di musica classica che ascoltava e conosceva il nome del compositore e i dettagli sulla loro vita. Avendo l’ orecchio assoluto, riusciva a riprodurre vocalmente qualsiasi pezzo dopo averlo ascoltato una sola volta. Dal punto di vista emotivo si verificavano episodi in cui Kim aveva esplosioni di rabbia e agitazione e provava forti turbamenti a seguito di cambiamenti

climatici inclementi o notizie sconvolgenti. Tuttavia, questi eccessi di emotività si attenuarono dopo l’uscita del film Rain Man, che ha avuto un effetto molto positivo per Kim. Fran Peek descrisse così suo figlio: “Kim non è autistico dal punto di vista comportamentale. Ha una personalità calda e affettuosa. Si prende veramente cura delle persone e si diverte a condividere le sue capacità e conoscenze uniche. (…) Kim ha letto (e può ricordare) circa 7600 libri. Si tiene aggiornato sul mondo, gli Stati Uniti e sulla maggior parte degli eventi locali leggendo giornali e riviste. (…) Legge costantemente, può anche descrivere le autostrade che portano alla piccola città di una persona, la contea, il prefisso locale e CAP.(…) La sua competenza comprende almeno 14 aree tematiche“. Dalla vita di Kim Peek è stata tratta l’ispirazione per il film Rain Man (1988) dello sceneggiatore Barry Morrow. Nel 1984 quest’ultimo incontrò per la prima volta Kim a una riunione del Committee of the National Association for Retarded Citizens ad Arlington, Texas. Trascorsero diverse ore insieme e Morrow, incredibilmente stupito da Kim, decise di scrivere una sceneggiatura ispirata alle sue capacità e proprio da questo script nacque il film Rain Man che rese familiare il termine “savant”. “Dall’ uscita del film nel 1988 la situazione di Kim lentamente cambiò: incontrando, nel corso degli anni, milioni di persone incuriosite dalla sua vicenda era diventato più disponibile a parlare in pubblico”. Come risultato di queste interazioni Kim crebbe notevolmente dal punto di vista sociale e sviluppò una crescente autostima. Nel feedback ricevuto, molti hanno commentato l’influenza positiva di Kim su bambini e genitori per creare maggiore consapevolezza, riconoscimento e rispetto per le persone “diverse”. Kim è morto il 19 dicembre 2009 a causa di un attacco cardiaco all’età di 58 anni. Darold Traffert ha commentato con queste parole il più celebre caso di savantismo: “his legacy can be summed up in one word: inspiration” (la sua eredità può essere riassunta in una sola parola: ispirazione).

Rain Man

Rain Man (l’ uomo della pioggia) è la storpiatura del nome Raymond (Dustin Hoffman) con cui Charlie (Tom Cruise) chiamava uno strano personaggio della sua infanzia che gli cantava canzoncine. Alla morte del detestato padre, Charlie, giovane yuppie commerciante di auto, scopre che l’ unico erede dell’ immenso patrimonio familiare è proprio Raymond, il fratello maggiore autistico di cui ignorava l’esistenza. Indebitato sul lavoro, decide di portare via Raymond dalla clinica in cui è ricoverato con la speranza di riuscire ad essere riconosciuto dalla legge come suo tutore e quindi beneficiare del patrimonio paterno. Durante il viaggio verso Los Angeles, Charlie comincia a conoscere veramente il fratello, con i suoi gesti meccanici, frasi ripetitive, ma anche speciali abilità e una memoria incredibile grazie alle quali i due ottengono ingenti vincite a un casinò di Las Vegas. Charlie gli si affeziona, grazie anche all’ aiuto della sua fidanzata Susanna (Valeria Golino) e infine deciderà di riportare il fratello alla clinica, rinunciando al denaro e con la promessa di frequentarlo appena possibile. Il film riscosse subito un successo notevole aggiudicandosi ben 4 Oscar, tra cui quello per il miglior film, oltre ad aver avuto un impatto molto positivo sulla vita di Kim, presente insieme al padre alla notte degli Academy del 1989. Prima della realizzazione del film Dustin Hoffman trascorse diverse ore insieme a Kim e ne rimase estremante affascinato; imparò ad imitarne i movimenti studiando Kim con grande impegno. Rain Man risulta tutt’ora il testo fondante di tutte le rappresentazioni contemporanee dell’autismo, la chiave di volta che ha dato a questa condizione un profilo pubblico quando prima era, in larga misura, confinata a specialisti medici, educatori e alle famiglie di persone con disturbo dello spettro autistico. Con Raymond Babbitt, il pubblico era esposto a un personaggio immaginario che conteneva molta più complessità di qualsiasi rappresentazione dell’autismo fino a quel momento (Murray, 2008 Representing Autism). Quando il dottor Bruner (Jerry Molen), lo psichiatra dell’istituzione dove viveva Raymond, delinea a Charlie i dettagli dell’autismo, egli in effetti sta spiegando la condizione a un pubblico non informato tramite un linguaggio clinico e scientifico, spiegando anche a grandi linee la condizione di “savant”. In effetti, l’autismo viene introdotto in Rain Man come una condizione gemellata con il savantismo, un binomio che ha avuto conseguenze considerevoli per la maggior parte delle rappresentazioni della condizione negli anni successivi alla realizzazione del film. Sostituendo il “ritardato” autistico con il savant autistico è possibile tracciare un

chiaro passaggio da un’idea di disabilità a una di abilità, distorcendo la condizione di autismo e della sindrome di Savant: il risultato è senz’altro funzionale agli addetti ai lavori del film dal momento in cui lo spettatore rimane stupefatto e estremamente meravigliato. Anche il noto critico cinematografico Paolo Mereghetti ha sottolineato questo aspetto definendo il film “più furbo che sincero, più abile nellelaborazione dei sentimenti che veramente necessario (). La descrizione della malattia-con tanto di interpretazione convinta e mimetica di un interprete di fama- subisce il solito trattamento hollywoodiano, facile e contemporaneamente cinico, mentre il pudore viene inevitabilmente inquinato dalla retorica”. Le capacità sapienti di Raymond sono viste come innate, ma nel mondo della narrazione filmica servono anche per attribuire al personaggio un’ intrigante complessità. Il conteggio delle carte quando gioca a blackjack non consiste in una qualche forma di operazione remota, ma è legato piuttosto allo sviluppo del suo rapporto con Charlie, che passa dalla caricatura dell’ uomo ossessionato da se stesso (tipico degli anni ottanta) a un membro della famiglia che si prende cura del fratello mentre il film progredisce. Allo stesso modo, aspetti delle sue capacità di memorizzazione e di ripetizione (come la sua regolare iterazione dello sketch di Abbott e Costello) funzionano come mezzo per tranquillizzarsi quando si trova in situazioni nuove o stressanti. Tutto ciò mostra una complessità di caratterizzazione, eppure la ricezione del film dimostra che l’aspetto di gran lunga più schiacciante del personaggio di Raymond sembra essere la sua abilità sapiente. È stata questa caratteristica comportamentale che ha catturato l’ immaginario collettivo, facendo apparire in televisione uno svariato numero di persone con autismo, dove si sono esibiti in atti matematici e di memorizzazione per un pubblico stupito. In particolare in Rain Man vi è una sottolineatura esagerata delle abilità di Raymond che rappresentano solamente una caratteristica del personaggio rispetto alla sua soggettività nel suo insieme. Un’altra tematica esplorata in modo piuttosto esplicito, anche questa tipica delle narrazioni riguardanti i disturbi dello spettro autistico, consiste nell’ insegnamento che una persona autistica può trasmettere a una non autistica. La lezione che Raymond trasmette al fratello sembra derivare direttamente dalla condizione stessa del primo, ad esempio mostrando come la mancanza di abilità sociali elimini i molti aspetti di artificiosità, simulazione o pura falsità nella normale comunicazione interpersonale. Inizialmente Charlie è un personaggio egoista ed egocentrico che prende la morte di suo padre senza mostrare alcun dispiacere e presta attenzione soltanto a ciò che può interessare il suo lavoro. Alla fine del film ha stabilito un rapporto affettivo con il fratello e ha imparato ad ascoltare gli altri. L’ idea delle persone autistiche che insegnano lezioni di saggezza viene spesso presentata per suggerire che dovremmo smettere di considerare l’autismo come un insieme di deficit o di fatto come un disturbo. Spesso le persone autistiche vengono rappresentate in due modi contrastanti: come persone che hanno talenti e risorse di vario genere, preziose quanto quelle dei non autistici; oppure come persone dopotutto non tanto diverse da noi mostrando così che siamo un po’ tutti autistici in qualche modo. Queste due visioni, nettamente diverse tra loro, si trovano in compresenza in una perfetta armonia anche nella stessa scena. Come sostiene Douwe Draaisma, “negli stereotipi come questi, le caratteristiche dell’ autismo si riversano nei comportamenti normali, contribuendo alla “confusione” attorno al concetto di autismo”. Con la spettacolarizzazione dell’autismo e delle abilità savant, film come Rain Man e molte altre narrazioni legate a questa condizione, travisano l’autismo al grande pubblico. Secondo Darold A. Treffert l’incidenza delle abilità savant stimata tra le persone con autismo è del dieci per cento, eppure questi film presentano tale minoranza come la norma. Attraverso queste pellicole, il grande pubblico viene a sapere che tutti gli individui autistici hanno queste abilità o addirittura capacità soprannaturali. Questa “definizione” di autismo tuttavia non è né utile né produttiva; in effetti, essa è potenzialmente dannosa sotto diversi aspetti. Ad esempio il valore dei personaggi autistici in questi film si trova esclusivamente nelle loro abilità speciali, il che rende tutte le loro altre caratteristiche autistiche o non autistiche inutili o indesiderabili. Un modello così limitato di esistenza e interazione con il mondo perpetua gli stereotipi più negativi e imprecisi che circondano i disturbi dello spettro autistico. Definire tale disturbo in questo modo pone inoltre aspettative irragionevoli sugli individui che presentano questa condizione. Per le persone autistiche che non presentano abilità savant, l’accoppiamento autismo-sindrome di Savant può danneggiare l’autostima e favorire sentimenti di inadeguatezza oltre che suscitare aspettative irrealistiche nella mente dei genitori e della popolazione in generale. Con la sovra-rappresentazione delle capacità di

Raymond, Rain Man, così come altri film sull’ autismo, propone un modello computazionale e non umano del cervello autistico. Secondo questo modello, gli individui con autismo elaborano le informazioni e gli stimoli come un computer, in modo matematico e coerente. Tale modello aiuta a trasmettere diversi miti pericolosi che costruiscono individui con disturbi dello spettro autistico come robot, non in grado di esprimere emozioni, di compiere scelte e decisioni, (Baker, 2008). Nonostante la qualità della vita di Kim Peek sia decisamente migliorata dopo l’ uscita nelle sale e il successo di Rain Man, questo film ha alimentato stereotipi e mistificazioni dell’autismo e della sindrome di Savant a svantaggio di una conoscenza approfondita e complessa di queste condizioni.

Dott. Matteo Galli
Dott. Matteo Galli

Mi chiamo Matteo Galli, classe 95′, vivo a Milano e sono laureato in psicologia clinica all’università di Bergamo. All’alba del 2022 inizierò finalmente la scuola di psicoterapia ad orientamento sistemico-costruzionista presso l’EIST (European Institute of Systemic Therapy).
Coltivo la passione per il cinema da quando ne ho memoria e all’interno del mio percorso universitario ho sempre cercato occasioni per sposare il mondo della psicologia con quello della settima arte.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • “Autismo e Talento” a cura di Francesca Happé e Uta Frith, 2017. Erickson.
  • “Attraverso lo schermo. Cinema e autismo in età evolutiva” di Maurizio Bonati, 2019. Il Pensiero Scientifico Editore.
  • “Representing Autism. Culture, Narrative, Fascination” di Stuart Murray, 2008. Liverpool University Press.
  • “Autism and Representation” a cura di Mark Osteen, 2008. Routltledge Taylor & Francis Group.
  • “Classic case studies in Psychology. Secon Edition” di Geof Rolls. Hodder Education.
  • Articolo “Savant Syndrome has a distinct psychological profile in autism” di James Hughes, Jamie Ward, Elin Gruffydd, Simon Baron-Cohen, Paula Smith, Carrie Allison e Julia Simner, 2018
  • Articolo “Savant Syndrome: Realities, Myths and Misconceptions” di Darold Treffert, 2014
  • https://www.wisconsinmedicalsociety.org/professional/savant-syndrome/profiles-and-videos/profiles/kim- peek-the-real-rain-man/
  • https://www.youtube.com/watch?v=DLpCfHH1OVU
  • https://www.theguardian.com/world/2009/dec/22/kim-peek-rain-man-dies
  • “Il Mereghetti – Dizionario dei film 2021 (secondo volume M-Z)”, Paolo Mereghetti, 2020, Baldini+Castoldi.

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