Spunti di riflessione sull’identità dell’anziano nella società post-moderna

Nel nostro immaginario esiste una peculiare figura di anziano: il saggio, colui che possiede l’esperienza e il sapere e ha il compito di tramandarli. Manteniamo nella nostra memoria collettiva rappresentazioni mentali dell’anziano come figura estremamente tenuta in considerazione e rispettata, dal ruolo sociale determinato e importante.

L’immaginario che ho evocato raffigura una realtà sociale che è lontana da noi, che conosciamo attraverso quadri, racconti tramandati, libri. È una rappresentazione dell’anziano in una realtà sociale pre-industriale.

La figura dell’anziano in quel contesto presentava un ruolo ben definito, dal punto di vista sociale e culturale. Era un membro dall’identità e l’importanza ben delineata e riconosciuta, la figura appunto saggia, esperta, in grado di tramandare sapere e guidare i più giovani.

Da allora sono cambiate molte cose, siamo passati attraverso una corrente sociale chiamata modernità, ed oggi ci troviamo in quello che i sociologi definiscono la post-modernità.

Alcuni elementi che hanno caratterizzato la modernità sono stati l’industrializzazione, l’ingrandirsi delle città, la nascita della fiducia nella scienza e nella tecnica; nel periodo della modernità si è instaurato fortemente il valore del progresso e l’avanzamento e questo valore ha fatto da spirito, da guida etica e comportamentale della società.

La situazione oggi è ancora diversa: 

La post-modernità è la fase successiva a quella del modello industriale di sviluppo (che ha caratterizzato la modernità), dove non diamo più alla storia una lettura teleologica e abbiamo perso l’idea di progresso come obiettivo e guida. I pilastri della post-modernità, prendendo spunto dalle parole di autori come Bauman, sono la flessibilità (o “liquidità” come la chiama Bauman), la libertà (anche dai valori, che è stata preferita alla sicurezza data dall’ancoraggio ad essi), il “navigare a vista”, la velocità, il cambiamento, la capacità di adattarsi e ridefinirsi, il saper restare al passo.

Siamo anche nella società dei consumi, dove l’idea di dover produrre e consumare per essere individui funzionali entra a far parte di noi. I messaggi sociali che respiriamo ci informano che l’identità della persona e il suo valore coincidono con la produttività e l’attività lavorativa. 

Fatte queste premesse, sorge una domanda: cosa succede a chi rallenta e non tiene il passo? 

A chi esce dal mondo del lavoro-consumo-produttività?

Per fare una breve analisi su questo punto, riprendiamo l’immagine dell’anziano pre-industriale. Che differenze importanti ci sono quindi in quella società e quella di oggi?

Innanzitutto, partiamo con un’analisi dei i luoghi che abitiamo. La loro struttura è diversa. 

Un tempo il villaggio, il paese, era percepito e corrispondeva alla propria comunità, c’era un alto grado di confidenza e conoscenza tra i suoi membri, ci si sentiva sicuri in un contesto relativamente allargato. Le città oggi non coincidono più con la nostra comunità. Sono molto più grandi, sconosciute e percepite come pericolose. Di conseguenza ci sentiamo al sicuro e riversiamo quel senso di comunità una volta rivolto al paese solo con la nostra famiglia, con i nostri amici o un gruppo circoscritto di cui facciamo parte. Per costruire la nostra identità non possiamo basarci sul riconoscimento unanime di una comunità, perché le micro-comunità con cui siamo in contatto sono diverse e ci restituiscono identità diverse. Inoltre, se una persona rimane priva di un nucleo famigliare o un gruppo con cui è in stretto contatto, a cui chiedere un rimando della propria identità e del proprio ruolo sociale, rimane fondamentalmente sola nella propria abitazione privata, senza poter più contare sul proprio paese/villaggio/la propria comunità per avere “un posto nel mondo”. Pensando al fenomeno della globalizzazione, non possiamo basarci nemmeno sulla macro-comunità mondo per trovare un nostro spazio, la nostra identità sociale, essendo questa macro-comunità vastissima, variegata, inafferrabile e a tratti inintelligibile.

Un altro punto da prendere in analisi, sono i cambiamenti nella struttura familiare; ad oggi non è usuale che diverse generazioni convivano, il nucleo familiare è per così dire “atomizzato”. Ne risulta che molto spesso gli anziani abitino da soli e riducano quindi sensibilmente le loro relazioni. 

Osservati i cambiamenti degli spazi che abitiamo, concentriamoci su un altro aspetto: diventare anziani, a differenza di un tempo, è tutt’altro che raro. L’aspettativa di vita è lunga e l’invecchiare ha perso la sua identità di traguardo raggiunto; se un tempo avere un’età anziana era fonte di ammirazione e rispetto, oggi diamo il suo raggiungimento per scontato.

Un’ulteriore osservazione: sembra che negli anni, l’attenzione quando guardiamo all’anziano, si sia spostata dalla sua saggezza, la sua morale, la sua esperienza, verso il suo aspetto, la sua decadenza, la sua fragilità e la sua debolezza.

Se le prime due osservazioni (sul cambiamento dei luoghi che abitiamo e la maggior facilità del diventare anziani) sono piuttosto oggettive e chiare, quest’ultima osservazione è più enigmatica. Propongo un paio di spunti, che potrebbero iniziare a farci riflettere sul perché ciò sia avvenuto.

Una prima ipotesi è che essere deboli e lenti, male si accorda con un mondo (quello della modernità) che adotta lo sviluppo e il progresso come massimi valori. 

Secondariamente, l’aumento del benessere e delle aspettative di vita ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con la morte e la mortalità. La morte e la decadenza del corpo sono tra gli argomenti più tabuizzati della nostra epoca: invecchiare e morire non vengono vissuti come un destino ineluttabile, più che altro come un nemico da sconfiggere (pensiamo a quanti prodotti “antietà” siano venduti e acquistati).

Trovarci davanti una persona debole, anziana, vicina alla morte, implicitamente ci ricorda la nostra natura vulnerabile e mortale, il nostro destino, che rimuoviamo dalla nostra coscienza. Essendo socialmente disabituati e diseducati a questi temi, ciò ci mette a disagio. 

«Essere vecchi non significa solo trovarsi più vicini alla morte – un dato reale davanti al quale il mondo moderno sa opporre solo un sentimento di terrore –, significa sapersi più indifesi, meno desiderabili, inutili ai fini della produttività: portatori di una sorta di vergogna sociale, quella di incarnare quanto di più letale esista per l’immagine vigente di eterna bellezza e di sconfinata felicità» (Stoppa, 2012).

Quindi, ecco i rischi dell’anziano di oggi: l’anziano oggi rischia di sentirsi rifiutato e senza uno spazio per lui, senza un ruolo identitario che dia senso e significato alla sua esistenza. Non esistono più la soddisfazione e la gratificazione derivanti dal tramandare l’esperienza, oggi essa non è più di interesse.

Vediamo qualche effetto pragmatico dei cambiamenti sociali di cui si è parlato: le persone in età senile sperimentano percezione di inutilità sociale, solitudine, sono più frequenti gli stati di stress e depressione negli anziani. Ciò a maggior ragione quando viene meno l’autonomia, dove spesso si finisce per percepirsi come un peso, oltre al resto.

Citando Bauman in “Meglio essere felici” (2017), in Italia siamo fortunati: i legami famigliari, nonostante non si conviva più tra generazioni, sono molto forti rispetto a molti altri paesi, dove la solitudine colpisce pesantemente anche gli individui più giovani. Questo è un dato positivo: è evidente la crucialità della socialità per il benessere psicologico.

Concluso questo quadro, arriviamo a questa domanda: cosa possiamo fare per l’anziano? Di cosa ha bisogno per stare meglio?

Ritengo che il primo impegno di chi ha a che fare con anziani o se ne prende cura, è quello innanzitutto di consapevolizzare questa situazione sociale di partenza. In secondo luogo è importante consapevolizzare e riflettere le proprie rappresentazioni mentali in relazione all’anzianità.

Fatto ciò, già solo avendo capito questo, la nostra visione cambia. Entriamo nel ruolo di chi vuole capire, ci interessiamo all’anziano in modo diverso. Lo vediamo di nuovo come persona a tutto tondo, portatrice di esperienza, ricordi, valori. Possiamo entrare in risonanza e in empatia.

Esistono discipline professionali, come quella dell’animazione sociale, che hanno proprio come intento quello di rimettere in luce e portare in primo piano la persona, il suo spazio nel mondo e la sua dignità, il suo significato di esistenza (“ridargli anima”, attenendoci proprio all’etimologia).

“L’Animazione sociale-professionale è una pratica sociale indirizzata alla presa di coscienza ed allo sviluppo del potenziale represso, rimosso o latente, di individui, piccoli gruppi e comunità.” (G. Contessa).

Nell’animazione sociale attraverso progetti di diverso genere, che possono essere ludici, educativi, culturali, etc., si vogliono coinvolgere le persone, dare loro occasione di interazione, farle sentire integrate, in poche parole ridare loro uno spazio e un’attenzione.

Questa disciplina viene molto spesso utilizzata nei contesti delle Case di Riposo: il fatto che siano importanti interventi di discipline come questa, è secondo me indicativo della necessità di ridare uno spazio a questa determinata fetta di popolazione.

Nessuno può salvare/cambiare il mondo da solo, ognuno può comunque dare il proprio supporto, nella misura che può, per andare verso cambiamenti positivi anche di ampio respiro. È secondo me già un grande passo riflettere e consapevolizzare il nostro mondo e il proprio agire.

Concludo con una citazione di Luca Goldoni:

«Ci si ricorda della vecchiaia soltanto quando ci tocca personalmente con le sue fragili ali bianche. Ci troviamo in quella solitudine che prima abbiamo procurato»

Credo sia importante che riflettiamo e consapevolizziamo già da giovani l’anzianità, per vedere un cambiamento sociale positivo in questo senso.

Anna Sofia Fattor
Anna Sofia Fattor

Bibliografia e sitografia:

  • Redazione Generiamo Salute, Il ruolo dell’anziano nella società

(https://generiamosalute.it/terzaeta_category/il-ruolo-dellanziano-nella-societa/)

  • Sabina Licursi, Gli anziani nella modernità, 2014

(https://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/542/Comunit%C3%A0%20Societ%C3%A0%20e%20Reti%20sociali/anziani/A%20partire%20dagli%20anziani,%20cap%20I.pdf)

(https://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/2019/09/16/perche-la-societa-deve-curarsi-dei-suoi-anziani/)

  • a cura di I. Bruno, R. Chattat, S. Canova, 2014, Manuale dell’animatore sociale, Sant’Arcangelo di Romagna (RN), Maggioli Editore 
  • Silvia Maria Vizio: La valorizzazione della persona anziana in casa di riposo attraverso l’intervento animativo: una strategia complessa, tesi di laurea del corso di qualifica animatore sociale, 1998
  • Le dieci competenze del dialogo, Hartkemeyer, M./Hartkemeyer, J.F./Dhority, L.F.: Miteinander Denken. Das Geheimnis des Dialogs, 3. Auflage, Stuttgart: Klett-Cotta, 1998 – Pensare insieme. Il segreto del dialogo, 3. edizione, Stuttgart: KlettCotta, 1998. Traduzione dal tedesco: Raffaele Virgadaula in collaborazione con il team del ‘HPD-Servizio Domiciliare Comune – Merano’, 2008 (unv.A.P.R.V.)
  • Zygmunt Bauman, 1999, la società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino
  • Zygmunt Bauman, 2017, Meglio essere felici, Roma, Castelvecchi

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