Parlando di solitudine

Quello della solitudine è diventato un tema caldo soprattutto negli ultimi anni, dal momento che per alcuni l’isolamento sociale è stata un’esperienza forzata e molto impegnativa. Oggi desidero parlare degli effetti della solitudine prolungata e/o abituale nella vita di un individuo, per rifletterne gli effetti e le conseguenze.

È necessario innanzitutto cercare di fare chiarezza sul termine. La solitudine non è soltanto una situazione d’isolamento effettiva, è anche un sentimento, che non necessariamente è associato a una reale distanza fisica da altre persone (banalizzando, ci si può sentire soli anche in una stanza piena di gente). 

I motivi per cui è possibile sentirsi soli sono quindi differenti. Possiamo sentirci soli se siamo in un luogo poco familiare, se siamo effettivamente lontani da persone significative per noi, se abbiamo subito un lutto, se abbiamo una bassa autostima (ci sentiamo quindi inadatti a ricevere attenzione e compagnia), durante un momento di vita particolarmente difficile, se sentiamo di non poter parlare di argomenti per noi intimi o se sentiamo di non avere nessuno a cui chiedere aiuto. La solitudine è spesso associata ad altri sentimenti, quali tristezza, senso di vuoto e paura.

La solitudine prolungata e il senso di solitudine prolungato, presentano alcuni rischi per la salute in generale. Qualche esempio:

  1. – comportamento aggressivo,
  2. – peggioramento del morbo di Alzheimer
  3. – abuso di sostanze/ludopatia/dipendenza da internet
  4. – depressione e stress
  5. – peggioramento della memoria
  6. – diminuzione della capacità di apprendimento, problem solving e presa di decisioni
  7. – indebolimento del sistema immunitario

Quello che emerge dalla letteratura è che il modo più efficace per evitare il senso di solitudine sia quello di avere un numero (anche molto limitato) di persone con le quali si percepisca di essere in relazione intima, in particolare con cui ci si senta liberi di esprimersi, accolti, alle quali si senta di poter chiedere aiuto o anche semplicemente ascolto.

In altre parole, più che molti amici, pochi ma buoni. Relazioni su cui si senta di poter contare e in cui ci si senta compresi e accettati. La capacità di creare questo tipo di legami non è tuttavia scontata, per diverse ragioni. Che si tratti di paura del rifiuto, esperienze passate negative, bassa autostima o altro ancora, aprirsi ad un altro è un atto coraggioso, che può richiedere un grande lavoro sul sé.

Può essere utile tenere di conto che quando si parla di solitudine è facile entrare in un circolo vizioso: sentirsi soli fa sì che tendiamo a isolarci sempre più, il che ci rende più aggressivi, meno propensi alle interazioni, più predisposti ad aspettarci il rifiuto da parte degli altri e insicuri, il che ci porta a isolarci ancora, e via dicendo

Abbiamo ora introdotto l’altro aspetto della solitudine: non il sentimento, ma il vero e proprio isolamento.

Sulle reazioni comportamentali derivanti dall’isolamento, alcune osservazioni arrivano dai ricercatori del California Institute of Technology (Caltech). Gli studiosi hanno condotto alcuni esperimenti su dei topi, osservando che l’insorgere dei comportamenti antisociali è legato a all’aumento della produzione di una proteina (la neurochina B ), che si manifesta dopo due settimane di isolamento. Il blocco della produzione della sostanza negli animali sottoposti a isolamento fa cessare i comportamenti anomali; al contrario, causare artificialmente l’aumento della produzione della proteina in animali che non hanno vissuto in isolamento, fa insorgere anche in essi comportamenti di paura e aggressività. Sembra che questo meccanismo si conservi anche nell’essere umano. Si può quindi dedurre che l’isolamento prolungato dia origine a veri e propri cambiamenti a livello neurologico.

Un altro studio dell’Università di Chicago osserva invece che le cellule immunitarie di persone in stato di solitudine manifestano un’attività genica modificata, in cui i geni coinvolti nella risposta antivirale contro virus e infezioni sono minormente attivi rispetto che nelle persone che non vivono questa condizione.

Sulla solitudine fa un’osservazione il sociologo Z. Bauman: definisce la solitudine “il virus velenoso della contemporaneità”, in luce del fatto che in Europa, molte persone vivono in nuclei familiari composti da una sola persona e ad esempio in Svezia, paese che dal punto di vista economico offre una qualità di vita alta, il 40% degli intervistati nei sondaggi dichiara di sentirsi solo. Secondo l’autore è un dato fortemente indicativo che nello stesso paese, durante l’anno precedente alla pubblicazione del libro (2017) si è assistito a un aumento del consumo di antidepressivi del 25%.

Sulla stessa linea, uno studio americano del 2006, segnala invece come dal 1985 alla data della pubblicazione il numero di persone negli Stati Uniti che dichiarava di non avere amici intimi fosse triplicato.

Sembra quindi che ci ritroviamo sempre più a dover far fronte a questo fenomeno/sentimento. 

Concludo affermando che il sentimento di solitudine, quando prolungato, esattamente come tutti gli altri sentimenti spiacevoli, va interpretato come la necessità di un cambiamento e di ricerca di un nuovo equilibrio. 

Per arrivare a ciò, è sempre necessario passare attraverso un processo di consapevolizzazione del proprio stato, delle proprie risorse e difficoltà, di ascolto del sé nel tentativo di comprendere quali siano i propri bisogni, dando importanza alla propria salute psicologica.

Ritengo importante allenarsi sempre nel lavoro riflessivo su di sé, tenendo a mente la nostra natura sociale e il potere della relazione intima con l’altro, su cui vale la pena investire energie.

Anna Sofia Fattor
Anna Sofia Fattor

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Solitudine interiore: perché può essere una delle tue più grandi insegnanti, Francesco Minelli

(https://francescominellipsicologo.it/solitudine-interiore/)

  • “La solitudine indebolisce il sistema immunitario influenzando i geni”, Corriere della sera

(https://www.corriere.it/salute/15_novembre_23/solitudine-indebolisce-difese-immunitarie-influenzando-geni-acc47a2e-91ea-11e5-98d3-3899a469cdf7.shtml)

  • McPherson M, Smith-Lovin L, Brashears ME. Social Isolation in America: Changes in Core Discussion Networks over Two Decades. American Sociological Review. 2006;71(3):353-375.
  • Bauman Z., 2017, Meglio essere felici, Roma, Castelvecchi

Articoli consigliati