“Vergebung”, la mostra dell’artista italiana Mariella Ridda tra grida e perdono

Dal 25 maggio al 3 luglio 2022 al Rosenhang Museum di Weilburg

“Vergebung”

 “Vergebung” è un termine difficile da tradurre in italiano: rimanda al perdono, concreto e spirituale, un atto di gratitudine che non chiede nulla in cambio. Quando perdoniamo qualcuno si attivano i neuroni specchio, deputati all’empatia: non siamo più solo noi stessi ma diventiamo anche l’altro, sentiamo la sua voce e ci ascoltiamo al contempo, come fossimo un’unica entità. Riceviamo e comunichiamo insieme, legittimando una sintesi che libera le parti dai ruoli passati e le proietta in trame nuove. La tematica del perdono, come unione tra grido singolare e abbraccio collettivo, è portata in mostra dall’artista italiana Mariella Ridda

Nata a Napoli, di origine procidana, stabile a Berlino dal 1999, ha studiato a Roma e a Napoli all‘ Accademia di Belle Arti, eseguendo parallelamente studi nel settore grafico pubblicitario ed esponendo in musei e gallerie in Italia, Francia, Germania, Austria e Giappone. Le sue opere si trovano in numerose collezioni private e pubbliche, e ad ospitarle oggi presso il Museo Rosenhang a Weilburg sono i direttori Antje Helbig e Joachim Legner. Con un pensiero rivolto anche al famoso gallerista Michael Schultz, co-fondatore, curatore e primo presidente del museo, purtroppo mancato recentemente, l’obiettivo comune è quello di dare un volto alle sensazioni inespresse e alle emozioni consapevoli che, dalla pandemia nel 2020 alla guerra quest’anno, hanno riguardato tutti noi.

“Il grido delle donne” è una delle opere dedicate da Mariella Ridda alle donne vittime della guerra in Afghanistan: Tecnica mista su tela 120×90 cm, 2021

Grido d’impotenza durante la pandemia e la guerra in Ucraina

“Ho sempre rappresentato gli abbracci, ma dal periodo pandemico sono cambiati notevolmente, diventando più scuri. In quei mesi le risorse di presenza ed evasione nel mondo erano ridotte, non si poteva uscire di casa, non c’erano legami con la creatività esterna, tutto era limitato a quel momento solitario e non si poteva pensare troppo oltre. Fermi in un istante, tutti abbiamo sentito prima o poi di voler urlare per guadagnarci una via di fuga da quella scena surreale in cui eravamo piombati all’improvviso. Così ho iniziato a dipingere, e oggi quella stessa sensazione di sgomento e impotenza l’ho ritrovata quando è scoppiata la guerra in Ucraina: di fronte a quelle immagini di fughe, abbandoni, demolizioni di vite personali volevo anche io dare un volto, una fisionomia. Senza progettare nulla a livello di iconografie e configurazioni, sono emersi spontaneamente diversi protagonisti, uomini, donne e bambini dai volti soli. Sono tutti simili nelle azioni- si cingono il corpo o portano le mani al viso- eppure sono anche tanto diversi fra loro. Ogni abbraccio e ogni urlo rappresenta la singolarità nella vicinanza alla tragedia di quello che stiamo osservando. Con i miei dipinti voglio esternare e condividere la necessità di urlare, di togliere venerazione alla passività con cui tutto ci viene presentato, velocissimamente, dando per scontato venga accettato subito e senza ripercussioni emotive”.

Madre (6): Tecnica mista su tela 60×50 cm, 2022

Egon Schiele, fonte Flickr Michela Simoncini

Il corpo per comunicare con l’ambiente: dall’Espressionismo a Lewin

Mariella Ridda è solita utilizzare colori accesi nelle sue opere, ed è per questo che colpisce in Vergebung la deviazione verso il nero. Occorre notare però che, fra le trame fumè evocanti Kirchner o Schmidt-Rottluff, emergono sempre piccoli sprazzi variopinti: i volti spesso diafani, quasi sacrali nel ricordare le fisionomie pallide delle Madonne trecentesche, strappano un’eco espressionista nei dettagli accesi delle composizioni, ed è così che dentro la bocca s’intravede l’azzurro e le righe della fronte paiono colpi algidi dello scalpello di Camille Claudel finchè non esplodono in brividi scomposti di giallo. I colori del corpo dialogano costantemente con lo sfondo monocromo, e ne deriva quell’istante che lo psicologo Kurt Lewin riconosce come fondamentale nella teoria del campo: nello “spazio vitale”, composto da svariate forze in relazione tra loro e con l’individuo, ogni istante genera nuove dinamiche, e quindi nuove risposte. Nei quadri di Ridda, il corvino delle vicende cupe e i colori vivaci del singolo, le sue energie in movimento, producono risposte sempre originali, reazioni autentiche derivanti dall’incontro-scontro tra il Sé e il mondo. 

Vediamo due esempi, nella storia dell’arte, con cui il corpo s’è posto in relazione con l’ambiente che lo circondava. Osserviamo da vicino due rivoluzioni, di grida e abbracci: Munch e Schiele.

Esempi di grida e abbracci nella storia dell’arte: Munch e Schiele

Grida

Sera sul viale Karl Johan” di Edvard Munch – http://www.munch150.no/no/Presse/Pressebilder, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37666351

Il protagonista de “L’urlo” (1893) di Munch grida nel freddo siderale dell’arancione in tramonto che lo sconvolge, mentre la carne e i pensieri sono risucchiati da un ambiente, il porto, che sembra rapirlo da ogni consistenza. È in preda a un attacco di panico, sta perdendo ogni vincolo di controllo, tutto è alla rinfusa e non riesce ad aggrapparsi ad alcun orpello paesaggistico; evaporano il porto, gli amici, i colori, resta solo l’essenza di follia dell’omino che si stenterebbe a definire “in carne e ossa”: un’ombra, a dir tanto; eppure il corpo gli pesa, e gli occhi denunciano il dépaysement, l’essersi perso del Sé in un luogo sconosciuto. E’ il kafkiano, l’epifania del perduto, lo slancio di una poesia sinistra di Baudelaire.

In Munch non urla soltanto l’uomo solitario, ma anche le piazze nere ingiallite sotto i lamponi nella Sera sul viale Karl Johan” (1892), che illuminano le pose formali dei damerini ingessati a passeggio, i loro cappelli bombati tutti identici fra loro, appoggiati qualche minuto prima con gli stessi gesti. 

Abbracci

“L’abbraccio” di Egon Schiele – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=94584681

I corpi esprimono l’alienazione del tempo ma anche la ferma necessità di esistere, aggrappati insieme a una sintesi momentanea: sono crude eppur vive le nudità di Egon Schiele e della compagna Wally Neuzil, entrambi scomparsi giovanissimi, mentre con le mani, i piedi e i volti si stringono l’un l’altra. Ogni sfumatura trasmette sinuosità e significa visivamente la trasmigrazione su carne degli slanci psichici, protesi nonostante tutto verso Eros. Del resto, scrisse Schiele, l’Abbraccio è una forma d’arte personale, e «L’Arte non può essere moderna, perché appartiene all’eternità». Guardando quest’opera si può quindi pensare all’abbraccio come Erlebnis, che in senso fenomenologico rimanda all’esperienza vissuta, intesa come “emozione, slancio presente del cuore”. 

Grida e abbracci per perdonare se stessi e l’altro

L’urlo e l’abbraccio, da sempre riproposti in diverse forme in arte e non solo, si confermano due modalità di espressione per liberarsi dal contingente, e primariamente da se stessi. I protagonisti di Mariella Ridda inscenano le metamorfosi di atti corporei che schiudono l’anima, rigettano i propri pensieri nel mondo, come gli amanti di Schiele, e al contempo prendono posizione contro il mondo, alla stregua delle visioni fredde di Munch. Sono entrambi forme d’espressione e rigenerazioni simboliche di momenti che ogni singolo vive, e parlano della percezione con cui il tempo fa entrare dentro il cuore delle cose. Istante dopo istante, si rifiuta e si abbraccia la realtà come una concatenazione mai uguale di associazioni significative, ed è sempre interessante osservare come queste trovino il modo di manifestarsi.

Eterno: Tecnica mista su tela 80×80 cm, 2021

Isabella Garanzini
Isabella Garanzini

Wellbeing Specialist, esperta di Arte e Giornalismo

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