“Zagare”, la personale dell’artista Elia Inderle sul legame tra Jack Kerouac e Sylvia Plath

Dopo l’esposizione a Lowell, Massachusetts, in occasione del centenario della nascita dello scrittore simbolo della Beat Generation Jack Kerouac, il pittore Elia Inderle rientra in Italia. Un suo astratto è in mostra fino al 30 novembre al Padiglione nazionale Granada presso la Biennale di Venezia, mentre dal 26 agosto al 18 settembre l’intera collezione dell’artista sarà ospitata all’Aranciaia di Colorno (PR) nella mostra personale dal titolo “Zagare”.

Il termine “Zagare”, oggettivo e percettivo, raffigurato su un rotolo

Zagare: un termine inconsueto per alcuni, familiare ad altri, come tutte le cose. Deriva dal siciliano zàgara, che a sua volta ha origine dall’arabo رة َه  َ,zahra (ز”fiore”), e rimanda al fiore degli agrumi, specialmente dell’arancio e del limone, ma anche all’essenza che se ne trae, usata in profumeria. La scelta di questa parola come tema portante della mostra è legata alla locazione, l’Aranciaia, chiamata anche la “Versailles italiana di Parma” perché era il luogo prediletto della moglie di Napoleone Maria Luigia, che qui metteva a ricovero le sue arance durante il periodo invernale. In concomitanza al festival circense “Tutti matti x Colorno”, la struttura ha scelto di inaugurare lo spazio da poco restaurato, e Inderle ha allestito diversi materiali: un rotolo della lunghezza di 3x60m, 20 astratti e numerosi ritratti, 5 su tela, e 22 studi.

Identità e profumi attraverso il simbolo di Jack Kerouac

L’artista ha scelto di raffigurare l’essenza delle zagare attraverso un rotolo, in omaggio al celebre Scroll di Jack Kerouac. Disegna dapprima l’arancio nella sua forma oggettiva, delineandone i contorni e le linee con intenzionale precisione botanica, per poi raffigurare gli usi dell’arancio nella vita comune (si entra in una dimensione parzialmente simbolica, con echi all’estetismo di Dorian Gray e D’Annunzio, amanti viscerali della corporeità oggettistiche dalle tinte rosse) per chiudere, nella parte finale, con l’evocazione al romanticismo del fiore (si pensi quanto un’arancia consegnata dall’amante Wally Neuzil sia stata fondamentale per l’artista Egon Schiele, che chiuso in prigione la definì “un elemento brillante che mi ha portato l’unica luce che risplenda in questo spazio. La piccola macchia colorata mi ha fatto un bene indicibile”). Nella parte centrale del rotolo è scritto a lettere nere e blu su sfondo arancione “Citrus”, e compare la frase di Sylvia Plath “Dying Is an art, like everything else. I do it exceptionally well”. Alcune frasi sono volutamente illeggibili perché le scritte si sovrappongono, come a voler mistificare un fulcro, una matrice, una sintesi originaria che solo l’osservatore può disvelare. Nella resa di questi segni Inderle s’ispira alla scrittura asemica di Marco Giovenale, dove “asemica” significa “senza nessuno specifico contenuto semantico”. Con questa tipologia di restituzione parziale delle parole viene a crearsi un vuoto di significato, che chiunque può colmare e interpretare secondo le proprie sensazioni; così facendo, si valorizza il non visto e si accentua l’intuizione.

Sylvia e Jack, enfasi e vuoti a confronto

Il fulcro dello Scroll inderliano sono le parole di Sylvia Plath distese sul ventre metaforico di Jack Kerouac: una campana di vetro che respira su una terra che sfreccia velocissima sotto i piedi; entrambi, la metaforica prigione mentale e la polvere che corre via nel vento, condividono due dimensioni: sono sia divinità d’incertezza, Angeli di desolazione rapiti nelle loro carni desiderose di Estasi e indiscipline, bramose di brividi d’invenzioni e rinnovate scoperte, ma sono anche fisicità che cadono, con una violenza degna dei tagli verbali bruschi di Henry Miller, quando si riscoprono vulnerabili davanti alla gratuità del tutto, del mondo, dei sussurri. Nella frenesia, sopravvivono di loro solo le parole. Sylvia e Jack sono stati entrambi due vincitori, euforici nel pieno della loro giovinezza, attori protagonisti delle proprie ore. Lei voleva diventare una scrittrice famosa, lui anelava a sentire tutto, “perché per me l’unica gente possibili sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh”. 

Eppure, nonostante i grandi desideri, Sylvia comincia a sentirsi a disagio, giovane donna ambiziosa di diventare Qualcuno, quando si riconosce sola in una società patriarcale. Il peso di una piccola cittadina, le aspirazioni grette dei parenti e la somma delle giornate vuote che si sciolgono di sole contro i muri incartapecoriti dilaniano pian piano il suo spirito creativo. E allora lei comincia a sbarrare le imposte, il corpo si richiude su se stesso, metaforicamente in una posizione fetale che assume il nome clinico di depressione. Le pareti evocano incubi d’ombre, e poi non si sente più nulla. È allora che la famiglia decide di “curare” Sylvia con diverse sedute di elettroshock, e la luce azzurrina che lei intravede prima che tutto vada in frantumi – la sua psiche, il suo corpo, le sue memorie, la sua linfa vitale – sarà l’origine delle future poesie, quelle che urlano, denunciano, lasciano nella mente immagini rosse così nitide che dimenticarsele è impossibile. “Non sono quello che mi è successo, c’è ancora altro”, si dice Sylvia, ma quei momenti rimangono ferita, trauma, carne e visione. Non vanno via nemmeno quando sposa lo scrittore Ted Hughes, il quale comincia a imporle violenze psichiche e fisiche (come attestano le lettere alla madre, recentemente pubblicate senza censure). Una mattina, Sylvia s’infila la testa nel forno e si toglie la vita. Convinta di non essere nessuno, a 30 anni, e saluta il mondo coi frammenti della propria mente in folle.

Jack Kerouac, l’eroe vagabondo, il giovane che voleva girare in autostop, e attraverso le sue parole scrivere una grande, immensa immortale saga d’America. Con protagonisti solamente lui e i fragili folli, quei suoi compagni d’avventura che fanno parte delle visioni, con donne, incubi, risvegli d’orgasmo o confusi, con quella dannata e inestinguibile voglia di parlare di tutto, dei luoghi, dei sentieri, delle luci, di quanto le istantanee del fotografo Robert Frank catturino un semaforo nella notte della foresta, delle aspettative delle piccole misteriose compagne che si addormentano su un bus e poi vanno a far dolcemente l’amore con lui persuase che dei sogni sussurrati con il corpo e l’ingenuità possano far aprire, la mattina dopo, Los Angeles su un rinnovato sfondo bianco, chiaro ed etereo, sostanza serafica di gioventù nelle singole speranze. Jack non vuole fermarsi, mai, per nessuna ragione, rincorre “Quel qualcosa” con tutte le sue forze e le sostanze possibili. Ma è umano, e nella ricerca frenetica di stimolazioni per sentire, scopre le visioni d’ombra che lo inchiodano al muro come una nullità, che lo portano ad ammettere, nelle visioni oniriche e nei deliri, che infine “I had nothing to offer anybody except my own confusion”. È il lato umano, troppo umano di questa confusione rossa e a volte blu che porta Jack a morire di cirrosi all’età di 43 anni. Le sue parole restano un rifugio sicuro per chi, talvolta, si ritrova preda del dèpaysement, quella sensazione di disorientamento che si avverte quando si è lontani da casa, ma al contempo si sa che a breve inizierà qualcosa di grandioso. Questo pensiero, seppur per un istante, permette di sperare:

“Ah, che signora affascinante, la Sorte, com’era sgusciata da New York a Hartford in pochissime ore, come aveva trasformato un pedagogo in un tremebondo erudito, come aveva illuminato il giorno e riscaldato la notte con il brivido e la potenza del mistero, come gli si era affiancata e per un attimo terribile quanto trionfale, nella notte, gli aveva rivelato il segreto dei segreti – nessuno può sapere, ma ciascuno può aspettare,  porsi domande, e, secondo la forza del proprio spirito, resistere!” (Kerouac, Il mare è mio fratello, 1943)

“Le mie opere sono percorsi”: cosa unisce Jack Kerouac e Sylvia Plath

Sylvia e Jack hanno resistito, e la sorte hanno cercato di avvinghiarla con la giovinezza, la caparbietà e le passioni. Come nel celebre film La doppia vita di Veronica (1991) in cui due donne identiche, la francese Véronique e la polacca Weronika, vivono due vite separate ma sempre connesse tra loro (a livello inconscio, su un piano parallelo o come riflesso paranoico, a rimando del doppio, questo sta alle varie interpretazioni), esiste un legame tra i due scrittori, ed è altrettanto evidente di quello tracciato dalla mente di Krzysztof Kieślowski. Sono i dettagli a costruire la liaison: una fotografia, una frase, un’impressione, un istante, forgiano nell’autore di On the roade nella ragazza che scorge su un ponte l’impellenza della Campana di vetro un vuoto di vicinanza. A creare un forte trait d’union sono le avventure sconnesse ma sempre e comunque rumorose, anche nei picchi negativi; è l’eco di una giovinezza forte che richiama attenzione e presenza impellente sulla scena (nel caso della Plath ancor più forte in quanto donna), i richiami sensuali alla vita a volte espliciti e brutali; al contempo però c’è sempre quel Leviatano lato d’ombra che s’appropria dell’euforia e la violenta, quello che, complici temperamento, depressione e sostanze stupefacenti, spinge sempre più in fondo a un trampolino in cui sotto non esiste altro se non un mare nero zeppo di stelle. Stelle che chiamano, si stiracchiano, digrignano i loro corpi gialli rachitici pur di abbagliare e attirare a sé, con l’orrore del fascino perduto della ninfa Scilla che diviene mostro per volere di Circe e la disperazione di Dedalo senza Icaro, bruciatosi troppo in fetta per raggiungere il sole; se si preferisce un paragone cinematografico e visivo, lo si può trovare nel celebre Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais: è l’incubo della francese di Nevers raccolto dall’eloquenza di un corpo d’amante giapponese che solo Marguerite Duras poteva rappresentare con tanta partecipazione realistica; i contesti intrapsichici sono ingarbugliati, ma ci sono risvolti chiari al netto della notte nera giapponese illuminata da dettagli francesi. Sylvia e Jack sintetizzano un unicuum nella mia fantasia: avanzano insieme verso il Nulla, significando l’Essere con passione e tragedia. 

Per enfatizzare il legame tra i due autori, nelle sale sono presenti alcuni accostamenti tra “On the road” e “La campana di vetro”, oltre a numerose poesie di Plath e pensieri di Kerouac, riflessioni di Egon Schiele e tratte da film, tra cui Lost in Translation di Sofia Coppola e Hiroshima mon amour di Resnais. 

Ritratti e astratti

“Per il rotolo ho selezionato i colori e li ho scartati tutti, per poi arrivare a un compromesso tra il bianco delle zagare e l’effetto pervasivo delle tinte scure” dichiara Inderle. Anche nella scelta dei ritratti e degli astratti c’è uno studio apposito delle tinte: tendenzialmente monocromatiche nei primi, a china con tocchi di colore nei visi ispirati a persone con disturbi mentali conosciute dall’artista in un ospedale in prossimità di Vicenza. Quest’accostamento vuole favorire un nuovo metodo di osservazione, in cui le impercettibili tracce, i lineamenti marcatamente espressionisti sottocarne, sono meglio compresi se a far da tramite c’è un messaggero, l’astratto. Linee e sbalzi di colore, fatticità e pensiero in volo, presenza e volteggi d’assenza: le immagini mute comunicano, i gesti raccontano un Ego oltre il visibile, la storia nascosta oltre gli occhi. Infine, negli studi sui quadrati e in quelli sui fotogrammi ispirati al film muto Meshes of the afternoon, diretto nel 1943 da Maya Deren, Inderle accentua l’importanza dei dettagli che si confondono nelle geometrie, sempre simili ma mai identiche fra loro.

Elia Inderle

Zagare, citrus x sinensis

26 agosto – 18 settembre 2022

Aranciaia di Colorno (piazzale Vittorio Veneto, Colorno, PR)

Dott.ssa Isabella Garanzini
Dott.ssa Isabella Garanzini

Wellbeing Specialist, esperta di Arte e Giornalismo

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