Pareidolia facciale e pregiudizio di genere: toast bruciati e riflessioni sull’androcentrismo

Certe volte sono bianche 
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Le nuvole - Fabrizio De André 

La pareidolia

Così De André canta quello che la psicologia chiama pareidolia, un fenomeno comune che si verifica quando stimoli esterni provocano la percezione di immagini definite e al tempo stesso illusorie, come quando ci si trova assorti ad osservare le nuvole, stagliandovi forme familiari, o come quando ci si sorprende nello scorgere il volto di “Jesus in a toast” (Liu et al., 2014). 

Questo fenomeno, nello specifico, prende il nome di pareidolia facciale, un’illusione che porta a percepire la presenza di volti all’interno di stimoli ambigui, a conferma dell’eccezionale importanza che riveste la capacità di rintracciare i volti nella vita sociale e l’elevato costo derivante da un deficit in questa competenza.

La pareidolia facciale

Il premio IgNobel è un’onorificenza satirica che premia gli studi che “fanno sorridere, ma anche riflettere” e, nel 2014, il premio IgNobel per le Neuroscienze è andato al gruppo di ricerca di Liu e collaboratori, per il loro ormai celebre studio “Seeing Jesus in toast: Neural and behavioral correlates of face pareidolia” (Liu et al., 2014), a cui si deve uno dei più noti apporti allo studio della pareidolia facciale.

Dal 2014, dunque, l’interesse per questo fenomeno ha conquistato uno spazio sempre più ampio all’interno del panorama scientifico: dalle indagini sulla sensibilità delle scimmie rhesus a questa illusione (Taubert et al., 2017), agli approfondimenti sulla pareidolia facciale nella schizofrenia (Rolf et al., 2020), passando per il recentissimo studio di Wardle e collaboratori (Wardle et al., 2022) sul rapporto tra pareidolia facciale e pregiudizio di genere.

La pareidolia facciale e il pregiudizio di genere

Wardle e collaboratori, a partire da oggetti con illusione di volti, hanno rintracciato una tendenza a individuare in toast bruciati, venature del legno ed elettrodomestici una netta prevalenza di volti maschili, in proporzione 4:1, rispetto ai volti femminili: ma a cosa è dovuto questo fenomeno? Alle modalità con cui le persone percepiscono i volti o al modo in cui intendono, più in generale, il concetto di persona? Secondo il gruppo di ricerca questo lampante sbilanciamento sarebbe proprio da ricondurre a quest’ultimo fattore.

Di fronte a uno stimolo ambiguo, nel corso del processo di ristrutturazione che porta la persona a rintracciarvi un’immagine familiare, si realizzano due attribuzioni consequenziali: una prima, per cui con maggiore probabilità si tende a rintracciarvi un volto, e una seconda, in diretta conseguenza, che porta ad attribuire a quel volto un genere maschile. Questo meccanismo sembrerebbe giustificato dal processo per mezzo del quale la nostra mente attribuisce significato alle parole, legandole a un’immagine. 

Mentre un dizionario, infatti, lavora per definizioni che attribuiscono lo stesso peso ai generi (da Enciclopedia Treccani: “Persona: Individuo della specie umana, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale”), la mente umana lavora, invece, per esempi prototipici, attribuendo più peso ai prototipi più rappresentativi che, nel caso del concetto di persona, vedono risaltare il genere maschile.

Nonostante, infatti, all’interno della popolazione uomini e donne siano ugualmente presenti e quindi, formalmente, ugualmente rappresentativi, la spontanea associazione “persona=uomo trova la sua ragion d’essere non in questioni meramente numeriche, bensì cognitive e sociali, perlopiù legate al percepito maggior potere sociale maschile, da cui la sua assunzione a ideale prototipico.

Questo fenomeno prende il nome di androcentrismo, il che non significa misoginia o convinzione della superiorità maschile, quanto piuttosto un’ormai sedimentata tendenza a sovrapporre il concetto di uomo (inteso, in questo caso, come individuo appartenente al genere maschile) a quello di persona, termine di cui in questo modo viene meno la rappresentazione equidistante rispetto al genere. 

Mentre la percezione del volto femminile all’interno di uno stimolo ambiguo richiede un più oneroso carico cognitivo, poiché esige un più specifico e un maggior numero di informazioni visive da rilevare, la spontanea analogia “persona=uomo”, rende quest’ultimo più tipico e rappresentativo, e la relativa immagine come la più accessibile e immediata. 

Chi si presta a risolvere un compito sfidante come quello di ristrutturazione di uno stimolo ambiguo, infatti, ha la necessità non solo di trovare la soluzione migliore, ma la più rapida, al fine sì di risolvere il compito, ma soprattutto di risolvere rapidamente l’(intollerabile) ambiguità e riapprodare al tanto desiderato senso di controllo sulla realtà.

In conclusione, insospettabilmente, anche la leggerezza con cui giochiamo a cercare immagini nei toast o nelle nuvole, porta con sé una serie di implicazioni cognitive, sociali e linguistiche che ci aprono ad un ben più ampio dibattito.

Insomma: pareidolia, fa sorridere, ma anche riflettere.

Giulia Brandi
Giulia Brandi

Psicologa – Psicodiagnosta

Bibliografia

Bailey, A. H. (2022). Seeing men everywhere, even in toast. Trends in Cognitive Sciences.

Bailey, A. H., LaFrance, M., & Dovidio, J. F. (2019). Is man the measure of all things? A social cognitive account of androcentrism. Personality and Social Psychology Review23(4), 307-331.

Bailey, A. H., LaFrance, M., & Dovidio, J. F. (2020). Implicit androcentrism: Men are human, women are gendered. Journal of Experimental Social Psychology89, 103980.

Bailey, A. H., Williams, A., & Cimpian, A. (2022). Based on billions of words on the internet, people= men. Science Advances8(13), eabm2463.

Wardle, S. G., Paranjape, S., Taubert, J., & Baker, C. I. (2022). Illusory faces are more likely to be perceived as male than female. Proceedings of the National Academy of Sciences119(5), e2117413119.

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