La condizione femminile nei manicomi italiani

 In questo articolo verrà trattata la peculiare condizione della donna rispetto all’internamento nei manicomi in Italia, chiusi definitivamente con la legge 180 del 1978. Si cercherà di inquadrare, individuando alcuni passaggi cruciali, il contesto storico, politico e sociale che ha alimentato la violenza e discriminazione subita dalle donne dall’inizio del XX secolo.

Fin dalla loro nascita, gli istituti manicomiali erano chiamati a svolgere un ruolo sempre più repressivo ed emarginante dovuto in gran parte alla connessione, sostenuta socialmente e politicamente, tra malattia mentale e pericolosità sociale. Aumentarono di conseguenza non solo le strutture psichiatriche, ma anche i ricoveri. Verso la fine del 1800 in Italia erano presenti 124 strutture dedicate all’assistenza psichiatrica, di cui 43 manicomi pubblici; tuttavia non esisteva ancora una legge che regolamentasse queste realtà. Sia dal punto di vista sanitario che da quello amministrativo, tali istituzioni si governavano in autonomia. Una prima regolamentazione a livello legislativo fu introdotta il 4/02/1904: venne infatti promulgata una legge che porta il nome del Ministro dell’Interno dell’epoca, Giovanni Giolitti. Tra i numerosi difetti di questa normativa è da segnalare la facilità con cui si poteva essere internati in manicomio. Come recita l’articolo 2, l’”ammissione [dei soggetti] in questione deve essere chiesta da parenti, tutori o protutori, e può esserlo da chiunque altro nello interesse degli infermi e della società”, ad esempio da un medico o dal Sindaco. Rispetto al primo articolo della legge Giolitti, risulta interessante, al fine di questa riflessione, soffermarsi sul fatto che ad essere internati non furono solo gli “affetti da alienazione mentale”, ma anche tutti coloro soggetti a “pubblico scandalo”.

Art. 1.

Debbono essere custodite e curate nei manicomi le  persone  affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a se’ o agli altri o riescano di pubblico scandalo o non  siano  e  non possano essere  convenientemente  custodite  e  curate  fuorché  nei manicomi. Sono compresi  sotto  questa  denominazione,  agli  effetti della presente legge, tutti quegli istituti, comunque denominati, nei quali vengono ricoverati alienati di qualunque genere.

Entreranno dunque in manicomio soggetti che non hanno trovato un posto nella società, che con l’ordine costituito hanno avuto qualche problema (eccentrici, ribelli, rivoltosi); in particolare si tratta di persone povere, alcolisti e coloro che venivano considerati “sovversivi”. In una società fortemente patriarcale come quella italiana, a finire sotto i riflettori della macrocategoria “pubblico scandalo” dell’articolo 1 saranno soprattutto migliaia di donne la cui condotta di vita non era considerata conforme al modello di moglie-madre-massaia: donne dal carattere irriverente, considerate scandalose,  libertine, oziose, improduttive o troppo loquaci. Il forte sessismo politico presente all’epoca espone a quel “pubblico scandalo” anche donne che vanno a vivere con uomini diversi senza essere sposate, oppure che hanno avuto figli illegittimi concepiti fuori dal matrimonio. Non conformi quindi alla morale pubblica e all’onore della famiglia, venivano condotte e imprigionate in queste realtà permeate di violenze psicologiche e fisiche, umiliazioni e vergognose condizioni igieniche. Al fine di difendere la società da quelle che venivano considerate “anormalità” da segregare ed eliminare, erano presenti anche prostitute, donne omosessuali e accusate di “inversione sessuale”. Sono stati riportati da diverse fonti, anche prima della legge Giolitti, internamenti di donne proprio per queste ragioni: risale al 1883, il primo internamento per causa di omosessualità documentato in Italia nel manicomio di San Lazzaro a Reggio Emilia dove fu relegata per un anno una ragazza di nome Ersilia; nel 1888 viene documentato il caso di una ragazza messa in manicomio dalla famiglia perché indossava abiti maschili (“non vi sono convulsioni, non errori di sensi e di giudizio, e la permanenza in manicomio è solo giustificata dall’inversione del suo sentimento sessuale“, Cantarano, 1888).

La sessualità e la rivendicazione di costumi sessuali liberi rappresenta una tematica cruciale relativa alla reclusione nel manicomio e alla formulazione di diagnosi come melanconia, isteria e delirio erotico (Greco, 2018). A queste donne vengono attribuiti istinti sessuali deviati e disfunzioni della sessualità in quanto essa non veniva incanalata nella funzione riproduttiva. Una sessualità considerata scandalosa, non controllabile, che scardina i valori precostituiti e dunque da “normalizzare” o, come viene narrato da Alda Merini in ”L’altra verità. Diario di una diversa”, da annullare:

In manicomio (…), il sesso è bandito come sconcezza, quasi come portatore di microbi patogeni e noi per l’appunto eravamo asessuati (…)” (Merini, 1986, 1997, pag. 21)

(…) una volta che fui sorpresa a masturbarmi fui severamente punita, in quanto le degenti non dovevano e non potevano avere istanze sessuali” (ibidem, pag. 16)

Queste figure femminili che si sono ribellate al loro ruolo, o ci hanno solo provato, i cui istinti si sono invertiti, prima ancora di ricevere una valutazione medico-scientifica (da cui verrà elaborata una diagnosi), sono sanzionate moralmente dai medici stessi. Annacarla Valeriano, che ha ampiamente trattato questo tema (Valeriano, 2017), racconta come la cultura popolare si relazionava alla donna che usciva fuori dal suo ruolo manifestando esuberanza, escandescenze e ribellioni: i loro corpi, secondo l’interpretazione popolare e in particolare contadina, erano agiti da forze esterne e oscure che si impossessavano dei corpi femminili e di conseguenza anche delle loro menti. Prima di arrivare ai manicomi, nelle famiglie in cui si verificavano queste “devianze” si tentavano diversi approcci per porre rimedio alla “malattia” rivolgendosi al fattucchiere, al mago o alla maga chiedendo di liberare la futura paziente dal maleficio. Quando questi stratagemmi tipici della cultura magico-religiosa non funzionavano ci si rivolgeva alla scienza, rappresentata dal potere medico psichiatrico. Il medico stesso veniva poi chiamato a redigere un questionario in cui descrivere una serie di sintomi che dimostrassero la necessità dell’internamento: all’interno di questi questionari medici spesso si trovano giudizi morali più che scientifici in cui si fa riferimento alla scandalo, alla spudoratezza, al fastidio e disagio che recano alla società. Tornando all’articolo 2 della legge Giolitti sopracitato, sono numerosi i casi di donne internate per volontà di familiari e di mariti che spesso non vedono nella moglie una brava massaia. Sono le stesse donne che cercano di liberarsi dai soprusi e dalle violenze perpetrate di uomini all’interno delle mura domestiche che, una volta internate, venivano costrette a vivere per anni e a volte per sempre in queste istituzioni in cui “la funzione terapeutica e quella di sicurezza sociale si fondevano (…), ove ogni tipo di violenza ed aberrazione poteva trovarsi giustificata da intenzioni terapeutiche” (Melani, 2014). Sono proprio quest’ultime che hanno reso possibile la segregazione dal resto della società, i maltrattamenti, un utilizzo criminale, sconsiderato dei farmaci e pratiche mediche violente come l’elettroshock e l’insulinoterapia.

La condizione di inferiorità ed oppressione della donna,  ufficialmente sancita con il Codice Pisanelli del 1865 che negava l’uguaglianza dei diritti e sottometteva la moglie al coniuge, era alimentata dalle teorie pseudoscientifiche di Cesare Lombroso, medico, antropologo e filosofo definito da molti come padre della moderna criminologia. Le sue analisi, ampiamente diffuse già a cavallo tra ‘800 e ‘900, si svolsero considerando diversi soggetti tra cui i ricoverati nei manicomi e istituti penitenziari. Con lo scopo di dimostrare la correlazione tra degenerazione morale e psicologica e quella fisica, la persona in questione veniva sottoposta a svariate misurazioni di parametri e caratteristiche corporee tra cui dimensioni del cranio, peso, statura e all’esame di cute, capelli e dentatura. Combinando tra loro queste misurazioni Lombroso e colleghi credevano di dedurre le peculiarità di un soggetto criminale. Nel 1893 Lombroso e Guglielmo Ferrero (storico, sociologo e genero dello stesso Lombroso) pubblicano “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” nel quale si ribadivano le idee sopracitate mettendo in risalto l’eccezionalità e peculiarità del carattere criminale femminile: “come i criminali maschi rappresentavano un’eccezione nella civiltà, le donne criminali erano eccezione tra i criminali stessi e proprio questa duplicità d’eccezione era ritenuta dall’autore ancor più mostruosa” (Chiccco, 2012, p. 93). Da questo e altri studi simili, si diffonderanno credenze, idee e stereotipi che contribuiranno a definire la diversità della figura femminile in termini di sottomissione rispetto al sesso maschile e a rinforzare la concezione del ruolo sociale della donna. Le caratteristiche fisiche descritte da questi scienziati, filosofi e sociologi ottocenteschi si condensano nella determinazione di un’inferiorità intrinseca e biologica; Annacarla Valeriano (2018) riporta quelle aberranti considerazioni sulla natura femminile che vedono il corpo della donna come volubile, segnato da  debolezze organiche che scandiscono le fasi della sua vita biologica con la menopausa, il puerperio e la mestruazione. Questi studiosi statuiscono inoltre che il cervello della donna pesa meno di quello dell’uomo: “e quindi cervelli più leggeri fanno individui più sciocchi, cervelli più pesanti fanno individui più intelligenti”. Si credeva inoltre che il cuore femminile fosse più pesante rispetto a quello maschile in quanto destinato alla generosità, alla cura e accoglienza.

L’ideologia che ha accompagnato il rapporto tra donna e internamento fin qui delineata trovò il culmine con il fascismo che utilizzava il manicomio come un vero e proprio strumento di repressione politica: tra il 1927 e il 1941 i ricoverati negli ospedali psichiatrici passarono infatti da circa 60.000 a quasi 95.000 di cui molte erano donne (Delendati, 2022). Di seguito viene riportato un prototipo di cartella clinica del ventennio fascista che elencava le sintomatologie caratteristiche della natura femminile:

Le parole riportate in questo documento mostrano chiaramente un approccio clinico che si discosta da una complessa diagnosi psichiatrica o psicologica e che rimanda invece ad una dimensione etico morale volta ad eliminare atteggiamenti di indipendenza e ribellione verso la rigida politica del regime. Rispetto ad essa, già dal 1925 Mussolini aveva delineato il ruolo di donna come madre moglie, madre, casalinga o lavoratrice nei campi con la preminente funzione di incrementare il capitale umano della nazione. Durante il regime il corpo femminile, come nota Annacarla Valeriano (2018), diventa un corpo politicizzato a tutti gli effetti: “diventano corpi investiti di un dovere, che non è più soltanto un dovere [di riprodursi] nei confronti della famiglia come nell’Italia risorgimentale e (…) ottocentesca, ma un dovere di riprodursi per la patria, per la grandezza della patria” per dare molti figli alla nazione. Inoltre è proprio durante il fascismo che viene promulgato il Codice Penale Rocco 1930, rimasto in vigore anche dopo il regime, che riproponeva ancora una volta la subordinazione della condizione della donna rispetto all’uomo. A dimostrazione di quest’ultimo punto vengono riportati alcuni esempi tratti da articoli presenti nel codice stesso che ne dimostrano la forte matrice sessista:

  • La norma che regolava le violenze carnali (art. 519), tra cui lo stupro, rientrava nella categoria “Delitti contro la moralità e il buon costume” e solo dal 15/02/1996  passò alla categoria dei “Delitti contro la libertà personale”. È doveroso sottolineare, nonché riflettere, sulla difficoltà della donna di dimostrare di aver subito abusi e violenze sessuali.
  • L’Infedeltà coniugale (art.559 e 560) veniva disciplinata in modo diverso a seconda dei casi in cui l’adulterio fosse commesso dalla donna o dall’uomo: per la moglie costituiva reato il semplice adulterio con l’aggravante nel caso di relazione adulterina; “quando a commettere il reato era il marito, l’infedeltà era punita esclusivamente nel caso avesse tenuto una concubina nella casa coniugale o notoriamente altrove” (Concas, 2021).
  • L’art. 544 che regolava il matrimonio riparatore: per il colpevole di stupro il reato si estingueva se lo stesso si rendeva disponibile a sposare la vittima. Spesso a sollecitare il matrimonio riparatore erano i familiari della vittima stessa, non vedendo altra soluzione per ripristinare l’onore perduto.  La vicenda di Franca Viola, nel 1965, iniziò a mettere in discussione il Codice penale Rocco relativamente a questo tema. Fu infatti la prima donna italiana ad opporsi e rifiutare il matrimonio riparatore dopo essere stata violentata, malmenata e rapita dal mafioso Filippo Melodia. Questa norma tuttavia fu abolita definitivamente solo il 5 settembre del 1981.
  • L’art. 587, abrogato anche questo nel 1981, che regolamentava il delitto d’onore, prevedeva delle pene attenuate per il marito che, scoperto l’adulterio della moglie o un’ “illegittima relazione carnale” di una figlia o sorella, avesse reagito uccidendo la donna e/o l’amante, con reclusione dai 3 ai 7 anni.
  • Fino alla sentenza n. 12857 del 1976 la violenza sessuale da parte del marito veniva condannata come delitto minore (percosse, lesioni, minacce) e non per violenza carnale.

In conclusione, l’intento di questo articolo è quello di far emerge come il potere maschile abbia esercitato il proprio dominio subordinando la condizione femminile non solo a livello politico tramite leggi e normative varie, ma anche attraverso molteplici istituzioni, credenze popolari e culturali, affermazioni derivate dal campo medico e scientifico e ovviamente da brutali stereotipi e pregiudizi. Riprendendo il pensiero di Michel Foucault, spesso si tende a pensare che all’interno della società il potere sia localizzato esclusivamente nelle mani del governo e che si eserciti per mezzo di istituzioni come le amministrazioni locali, la polizia e l’esercito; “tuttavia il potere politico viene esercitato anche e soprattutto tramite istituzioni che sembrano non aver nulla a che fare con il potere politico”. Tali istituzioni infatti dovrebbero essere indipendenti da esso, ma in realtà non lo sono e ciò che è stato riportato in questo articolo ne è una dimostrazione. La psichiatria, ci dice Foucault (1971), “che in apparenza è destinata al bene dell’umanità e alla conoscenza degli psichiatri, è essa stessa un modo per imporre un potere politico su un gruppo sociale”. I criteri di disuguaglianza tra uomini e donne, i rigidi schemi dominanti di tipo patriarcale, la violenta supremazia dell’uomo e altri concetti sopra citati hanno condotto alla creazione, citando la scrittrice  Chimamanda Ngozi Adichie, di una singola storia: “show a people as one thing, as only one thing, over and over again and that is what they become“ (“mostrate un popolo come una cosa, una singola cosa, più e più volte ed è così che essi diventeranno questa cosa”). Vivere seguendo una “singola storia”, costruire una narrazione unica e inscalfibile è pericoloso, non solo perché alimenta stereotipi non veritieri e incompleti, ma priva le persone della propria dignità rendendo difficile un riconoscimento umano reciproco, egualitario e autentico.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFIA

 

Nome
Cognome

Articoli consigliati